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L'epoca d'oro dell'architettura. Gregotti e i protagonisti del dopoguerra | Collector
L'epoca d'oro dell'architettura. Gregotti e i protagonisti del dopoguerra
Il Foglio

L'epoca d'oro dell'architettura. Gregotti e i protagonisti del dopoguerra

Le guerre hanno sempre avuto almeno un pregio, quello di costringere la società a immaginare il dopoguerra, non certo e non solo per fare nuovi affari sulla ricostruzione, ma per immaginare nuovi assetti politici e dunque anche commerciali, produttivi e abitativi. Il secondo Dopoguerra italiano ad esempio è di gran lunga il periodo più ricco di architetti e designer che la storia italiana ricordi dai remoti tempi manieristi e barocchi. La ricostruzione delle città, il boom economico, la riforma agraria hanno moltiplicato le occasioni progettuali dando la possibilità a una nuova generazione di architetti già formatasi con i lavori pubblici dell’era fascista, di dilagare nel settore privato. Dalla A di Franco Albini alla Z di Marco Zanuso, passando per la M di Carlo Mollino e la P di Gio Ponti sono decine e decine le grandi firme oggi rivalutate e storicizzate dopo qualche anno di fisiologico oblio, per non parlare delle donne come Cini Boeri, Lina Bo Bardi, Gae Aulenti cui sono stati dedicati libri, mostre e biopic. Passa invece dall’estero la rivalutazione delle figure chiave del Dopoguerra, in particolare di due protagonisti assoluti che pur partendo dalla provincia sono voluti diventare milanesi. Maurizio Sabini, studioso da decenni expat negli USA, ha pubblicato Ernesto Nathan Rogers: The Modern Architect as Public Intellectual (Bloomsbury 2021) e un testo più succinto nella nuova collana “Architetti e urbanisti italiani del Novecento” diretta d Patrizia Gabellini per Carocci. L’anno scorso invece è uscita l’antologia The Hero of Doubt: Selected Writings by Ernesto Nathan Rogers (MIT Press) curata da Roberta Marcaccio, expat a Londra. Ebreo triestino di origini inglesi, Rogers non è stato solo l’autore (con i Bbpr) della Torre Velasca e membro fin d giovane dei Congressi internazionali di architettura moderna (Zevi non riuscì mi a esservi ammesso), direttore di Domus, Casabella e varie imprese editoriali. È stato soprattutto un insegnante capace di allevare una nuova generazione di architetti, fra cui Giancarlo De Carlo, Aulenti, Aldo Rossi, secondo il principio fondamentale che etica ed estetica non possono essere separate perché “l’arte è proprio la forma sensibile del nostro mondo morale” . Laureando, assistente, dipendente di Rogers è stato anche Vittorio Gregotti, notissimo in patria e meno all’estero nonostante grandi progetti realizzati in Germania, Francia, Spagna e Marocco. I suoi testi piuttosto ostici erano fin troppo influenzati dalle letture giovanili fenomenologiche ed esistenzialiste di Husserl, Antonio Banfi ed Enzo Paci care a Rogers – che pure non era acqua di fonte. La traduzione in inglese gioverà molto a entrambi per nuove letture e interpretazioni così come il bel volume di Lorenzo Ciccarelli, Vittorio Gregotti. Architect of the Modern Project (Routledge 2025) che è stato presentato alla Triennale di Milano, istituzione che il maestro Rogers e l’allievo Gregotti conoscevano piuttosto bene.

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