Il Foglio
È raro che il professor Guido Trombetti possa passeggiare in santa pace pensando ai casi suoi. C’è sempre qualcuno che lo ferma per chiedergli un parere o commentarne uno espresso da lui, in qualche emittente televisiva, sulla materia più imprescindibile nella città di Napoli: il calcio, che poi vuol dire una squadra. Se non fosse per questa “malattia”, che contrasse da bambino, il professore non sarebbe così popolare malgrado il prestigioso curriculum: è stato ordinario di Analisi matematica, rettore dell’Università Federico II, presidente della Conferenza dei Rettori italiani, socio dell’Accademia Pontaniana, studioso delle equazioni differenziali alle derivate parziali (ignoriamo cosa siano), vice presidente della giunta regionale campana; ha scritto romanzi, racconti, da ultimo una serie di ricordi per Rogiosi editore che ha intitolato “Carosello napoletano”, come l’opera teatrale di Ettore Giannini riadattata per il cinema in una celebre commedia musicale del 1954. Il mercatino della Torretta, il Vomero di una volta, i giri sulla lambretta, i meandri di Forcella, i Girolamini… il “Carosello” è una guida della città, un memoir, una raccolta di aneddoti? È soprattutto un omaggio all’arte delle “quattro chiacchiere”, quella forma di conversazione informale cui è possibile partecipare con la guardia bassa, senza cavalli di Frisia, sia che si parli di un amore sfumato o di letteratura, di cinema o di qualche “inciucio” piccante. Con quest’intimo gusto racconto o riferisco ciò che persone e luoghi mi hanno detto nel tempo, perché non ho mai rinunciato alle “quattro chiacchiere” da quando ero ragazzo. Le considero un rito necessario per non soccombere allo stress e alla routine. Il calcio, naturalmente, è tra le materie di conversazione. Sono quasi settant’anni che lo seguo, da quando bambino giocavo a pallone sui campetti sterrati di via San Giacomo de’ Capri. Mia madre ebbe ragione quando disse “è una malattia da cui non guarirai più”. Contribuì uno zio ufficiale di polizia che mi portava allo stadio del Vomero, qualche volta a bordo campo, a vedere le partite del Napoli. Raccattare per un calciatore il pallone finito in fallo laterale assurgeva a un’impresa mitica, di cui il lunedì mattina m’inorgoglivo con i compagni di classe. Praticai anche l’atletica con la Partenope, ero un buon velocista e fui campione provinciale nella staffetta, ma il mio allenatore s’accorgeva che giocavo a calcio perché portavo avanti il piede invece del ginocchio. Un ricordo indelebile? Quando il Napoli comprò Omar Sivori. Alla Stazione di Mergellina eravamo migliaia, non riusciva a scendere dal treno, era come se aspettassimo una divinità. Poi ricordo il Napoli allenato da Vinicio, il primo a praticare il calcio all’olandese in Italia, ma ci rubarono lo scudetto… E poi ovviamente Maradona, un sogno diventato realtà: il connubio profondo con la città fu la sua gloria e la sua perdizione. Napoli ti include ma ti può divorare: “Ti ferisce a morte o t’addormenta”, aveva ragione La Capria. Qual è il più bel racconto della città? Risposta impossibile. Ce ne sono troppi, da Boccaccio a Goethe. Tra gli autori napoletani dico La Capria, Mimì Rea e Giuseppe Marotta, diversissimi tra loro. Mi spiace che Marotta sia stato seppellito male per il modo tutto suo di vivere e di leggere la città. Il filo comune è la capacità di ascoltare e di guardare: se non sei interessato a ciò che ti circonda puoi stare ovunque, anche in mezzo alla folla, ma non vedi niente e nessuno. Volti e luoghi ti sembrano identici o ti confini in un’oleografia che produce solo danni. Cos’è il tempo per un matematico che racconta episodi avvenuti in momenti così lontani tra loro? Credo che la coerenza temporale sia un fattore irrilevante. La memoria è un contenitore con cui è possibile attualizzare tutto per evadere dalla prigione cronologica: quando è attivata, è come se episodi di mezzo secolo fa fossero accaduti oggi. Perché un appassionato di letteratura diventa matematico? Spiegazione semplicissima: ero il primogenito di tre orfani di padre e finita la scuola volevo scegliere all’università la via più breve per rendermi autonomo e dare un aiuto finanziario alla famiglia. Ero bravo in tutte le materie, ma allora se ti laureavi in Matematica trovavi subito lavoro e la facoltà durava solo quattro anni. Se non avessi avuto questa urgenza mi sarebbe piaciuto diventare penalista, ma gli avvocati guadagnano più tardi. Per chi non la capisce, la matematica si associa a ricordi scolastici da incubo. La matematica segue i meccanismi della mente umana, per cui non esiste qualcuno che sia “negato”, ma tutt’al più chi ha maggiore talento. Purtroppo è una materia che dipende moltissimo dalla qualità di chi la insegna: se uno non la capisce è perché non ha incontrato il docente giusto. Mentre a un cattivo professore di storia si può sopperire con la lettura individuale, per la matematica non è così: ci vuole chi esponga non solo la tecnica, ma la sappia comunicare con una dose di empatia. Le spiace che la sua popolarità dipenda più dal calcio che da tutto il resto? Merito o colpa della tv, che è uno strumento dalla forza micidiale. Però essere conosciuto per questo non mi dà fastidio. Non per falsa modestia, ma forse non ho mai fatto niente completamente bene, perché mi piaceva troppo fare tutto. È la dicotomia di Isaiah Berlin tra il riccio e la volpe? Se ti piace tutto alla fine non fai nulla di perfetto, ma non ho mai rinunciato a un interesse. Sono orgoglioso di quel che ho fatto e lo ripeterei, errori compresi. In fondo, avere una vita perfetta è davvero noioso. Quali canzoni ha per colonna sonora? Gino Paoli: “Sapore di sale”. Poi tutta la produzione di Peppino di Capri, che ha riempito la mia gioventù e ha riletto la canzone napoletana in modo nuovo, come Carosone. Sulle canzoni in genere faccio mia la considerazione di Proust: “Anche quelle brutte servono a conservare la memoria del passato, più della musica colta, per quanto sia bella”. Che ne pensa del brano di Sal Da Vinci? Meritava la vittoria a Sanremo? Mi sono astenuto da commenti e polemiche perché lo conosco personalmente: è un artista capace, una persona intelligente. Mi spiace che qualcuno si sia offeso per le dichiarazioni di Cazzullo: non avevano un intento offensivo, ma sono state lette male. Come conclude queste quattro chiacchiere? Vuol citare una lettura? Il “Don Chisciotte”, letto un anno fa: mi sono reso conto che là dentro c’è quasi tutta la letteratura di tutti i secoli.
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