Collector
C’è una malinconia calcistica di cui si parla poco: il mondiale che manca a Mattarella | Collector
C’è una malinconia calcistica di cui si parla poco: il mondiale che manca a Mattarella
Il Foglio

C’è una malinconia calcistica di cui si parla poco: il mondiale che manca a Mattarella

Ci sono dolori calcistici più facili da raccontare e altri più sottili, più italiani. Il più immediato è quello dei bambini che non vedranno l’Italia ai Mondiali, che non avranno il pretesto per imparare a memoria una formazione, per appendere una bandiera al balcone, per discutere in famiglia su chi sia più forte. E’ un dolore domestico: il mondiale come rito, come educazione sentimentale travestita da torneo. Poi però ce n’è un altro, più silenzioso, che racconta meglio il nostro spaesamento: Sergio Mattarella, da quando è presidente della Repubblica, non ha mai avuto la possibilità di essere il presidente di un’Italia mondiale. Non una corsa, non un’estate azzurra, non una finale sfiorata. Proprio niente. Europei sì, emozioni sì, ma il mondiale no. E dunque mai quella fotografia che in Italia vale quasi come un’icona civile: il capo dello stato che si consegna alla gioia del paese e accompagna una coppa verso la leggenda. Il fantasma benevolo è Sandro Pertini. Non solo perché era lì, ma perché incarna la sovrapposizione perfetta tra istituzione e felicità popolare. Nessuna retorica: solo un presidente che esulta tra i campioni del mondo e sembra il più felice di tutti. In quell’immagine c’è un’Italia capace di essere seria senza essere pesante, patriottica senza essere ridicola. Mattarella è diversissimo: più sobrio, più trattenuto. Ma proprio per questo sarebbe stato magnifico vederlo in quella scena. Anche la sobrietà, ogni tanto, merita il suo premio. Anche un presidente che ha attraversato anni complicati – pandemie, crisi politiche, guerre, populismi – avrebbe diritto a una parentesi semplice: una sera d’estate, un paese che canta, un sorriso appena accennato ma finalmente libero. Invece niente. Da quando è al Quirinale, l’Italia del calcio ha collezionato soprattutto assenze. Ed è forse questa la vera anomalia: non una generazione meno brillante, non un sistema malato – temi noti – ma il fatto che l’assenza sia diventata una consuetudine. Il mondiale non come appuntamento inevitabile, ma come possibilità remota. E’ questo che toglie qualcosa non solo al calcio italiano, ma all’immaginario italiano. Perché il mondiale non è solo calcio. E’ una macchina narrativa in cui una nazione si racconta, tra memoria e speranza. Restarne fuori una volta è una vergogna. Due volte è una patologia. Tre volte, mentre al Quirinale c’è lo stesso presidente, comincia a sembrare una bizzarra maledizione istituzionale: come se al capo dello stato fosse negato proprio quel frammento di teatralità nazionale che ad altri è toccato. E allora il vero sogno non è solo tornare ai Mondiali. E’ tornarci in tempo per regalare a Mattarella la sua fotografia alla Pertini. Servirebbe il tris: dopo tre esclusioni, arrivare finalmente al 2030. Sembra una fantasia malinconica, ma sarebbe una perfetta riparazione simbolica. Perché un paese che ha tolto ai suoi figli tre Mondiali e al suo presidente quella scena, non è soltanto un paese che gioca male. E’ un paese che ha interrotto una tradizione sentimentale. E le tradizioni sentimentali, più dei trofei, sono quelle che quando mancano si sentono di più. Per questo il punto non è soltanto tornare. Il punto è restituire all’Italia una scena perduta: ai bambini il mondiale, agli adulti il rito, al Quirinale un’immagine che manca da troppo tempo. Restituire perfino a Mattarella, il più composto dei presidenti, il diritto a un momento di felicità nazionale non spiegata, non contenuta: soltanto vissuta. Dopotutto, ci sono sogni che appartengono ai tifosi. E poi ce ne sono altri che appartengono alla Repubblica. Testo realizzato con AI

Go to News Site