Il Foglio
Si continua a parlare di guerra come se fossimo ancora dentro le categorie del Novecento: carri armati, aviazione, superiorità industriale. Ma tra Ucraina e Iran, sotto i nostri occhi, è già nato un altro lessico: sciami, saturazione, sensori, jammer, droni intercettori, produzioni rapide, artigianato militare su scala industriale. La guerra dei droni non è un capitolo della guerra contemporanea: sta diventando la sua infrastruttura. E il conflitto ucraino è il laboratorio più avanzato. L’Ucraina ha capito per prima una cosa semplice: nel conflitto moderno non vince soltanto chi colpisce meglio, ma chi impara più in fretta. Per questo Kyiv ha trasformato il drone da supporto tattico a sistema nervoso del campo di battaglia: FPV per colpire, droni navali e a lungo raggio, ricognizione continua, adattamento software quasi in tempo reale. Ha creato una branca militare dedicata ai sistemi senza pilota e ha impostato per il 2025 acquisti per milioni di droni, con una produzione in larga parte domestica. Questa è una lezione di economia politica della guerra. Se il nemico ti attacca con ondate di droni, non puoi difenderti soltanto con intercettori costosi e lenti da rimpiazzare. Devi abbassare il costo della difesa, moltiplicare i livelli di risposta, integrare radar, guerra elettronica e droni contro droni. E’ ciò che Kyiv sta facendo, arrivando a ipotizzare una produzione di migliaia di intercettori al giorno. Qui entra in gioco l’Iran. Il fronte iraniano ha confermato una tendenza: droni e missili servono a logorare, saturare, piegare la psicologia dell’avversario e consumarne gli stock. Anche quando intercetti molto, spendi moltissimo. E quando spendi troppo per abbattere mezzi relativamente economici, stai già perdendo una parte della partita. Il punto decisivo è che il drone non è semplicemente l’arma dei poveri. E’ l’arma di chi ha capito che il rapporto tra costo, quantità e adattabilità conta quanto la sofisticazione. Gli Shahed iraniani, usati e riadattati dalla Russia, hanno insegnato che una piattaforma imperfetta ma abbondante può diventare strategica se inserita in una campagna di massa. Non serve che ogni drone sia perfetto; basta che sia abbastanza buono e abbastanza numeroso da costringere l’altro a reagire male e a spendere troppo. L’Ucraina ha risposto in modo più intelligente di quanto molti europei abbiano voluto riconoscere. Per mesi si è pensato alla sua tecnologia come a un bricolage di emergenza. E’ un errore. Il bricolage, quando viene organizzato, diventa industria. Il feedback dal fronte diventa innovazione. Stampa 3D, componenti commerciali, piccoli team di sviluppo, software aggiornati in corsa: non sono un ripiego, sono il modello competitivo di una guerra lunga. Non a caso Kyiv cerca di trasformare questa esperienza in capacità esportabile. E l’Europa? Ha capito tardi, ma ha capito. La Commissione ha pubblicato un piano su droni e contro-droni, ha inserito la difesa dai droni nella propria roadmap e ha messo sul tavolo risorse per accelerare investimenti comuni. Non è ancora abbastanza, ma il segnale è chiaro: il drone è diventato una priorità politica e industriale. La risposta europea, però, dovrà compiere un salto ulteriore. Non basterà spendere di più: bisognerà spendere meglio, più in fretta e in modo meno burocratico. Servono stock e missili, ma soprattutto una nuova architettura: produzione distribuita, filiere dual use, software aggiornabili, sensori interoperabili, test rapidi, procurement più agile. La Nato ha lanciato nuove iniziative di test: il punto sarà trasformarle rapidamente in dottrina e capacità reale. Intanto qualcosa si muove. Si discute di produzioni congiunte, aumenta l’output dell’industria missilistica, emergono soluzioni anche rudimentali ma efficaci. La guerra dei droni costringe tutti a pensare in termini di difesa stratificata, dal sistema sofisticato alla soluzione povera. C’è poi una lezione ancora più profonda: la guerra dei droni cancella la distinzione tra fronte e retrovia. In Russia, le incursioni in profondità mostrano che nessuna regione è al sicuro; in Ucraina città e infrastrutture vivono sotto minaccia costante; nel medio oriente allargato, il conflitto con l’Iran dimostra che anche paesi non belligeranti possono essere trascinati dentro la guerra. Non è solo una trasformazione militare: è civile, psicologica, politica. Per questo l’Ucraina non è soltanto un paese da aiutare: è un paese da ascoltare. L’Europa ha mobilitato risorse e addestrato migliaia di soldati ucraini. Ma il punto non è solo quanto trasferisce a Kyiv. E’ quanto apprende da Kyiv Perché l’Ucraina sta facendo, in condizioni estreme, ciò che l’Europa avrebbe dovuto fare in tempo di pace: saldare industria, software, tattica e volontà politica. La vera domanda non è se la guerra dei droni ci piaccia. E’ se abbiamo capito che è già dentro il nostro secolo e nelle nostre vulnerabilità. In Iran si vede il volto regionale di questa rivoluzione; in Ucraina quello sistemico; in Europa, ancora, il ritardo. Ma anche una possibilità: capire che difendere la libertà non significa solo produrre più armi, ma più intelligenza strategica. Il drone, in fondo, è questo: la prova che la potenza appartiene a chi sa innovare più in fretta della minaccia. Testo realizzato con AI
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