Il Foglio
Desta curiosità leggere che a San Severo, provincia di Foggia, all’interno di un’edicola dismessa è stato aperto uno dei teatri più piccoli, forse il più piccolo del mondo . Si tratta di uno spazio che contiene una platea per sei spettatori e un palcoscenico addossato alle loro ginocchia, con gli attori che si danno il cambio inscenando microspettacoli di un quarto d’ora. È una proposta talmente radicale da sembrare o una soluzione d’emergenza per sopperire a una carenza di offerta teatrale oppure una protesta paradossale contro i vuoti in platea. Invece, sorpresa. Non sono mai stato a San Severo (tendo a evitare la Puglia), però mi sono documentato e ho appreso che in quel paese da meno di cinquantamila abitanti c’è da cent’anni l’enorme teatro Verdi, con la sua cupola ferrea da diciannove tonnellate, sotto la quale si alternano classici e contemporanei, sperimentazione e dialetto, Solfrizzi che recita Plauto e – vabbè – Panariello che fa Panariello. Non solo: prima del Verdi, nel 1819, era stato fondato il Real Borbone, uno dei primissimi teatri della Puglia e dei più ampi dell’epoca, con oltre quattrocento posti. E prima ancora, nel Settecento, un teatro occupava un’ampia sala del Palazzo del Decurionato, al centro del paese. E prima ancora, nel Seicento, i nobili locali aprivano le porte delle loro spaziose dimore per ospitare recite e concerti. A San Severo prima o poi ci andrò, non solo perché condivido la stessa passione, ma anche perché credo che da un paese assetato di teatro da mezzo millennio possa trarsi una lezione che vale per ogni campo della cultura: perché ci siano teatri piccoli, è necessario che ci siano teatri grandi.
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