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I primi limiti ai voli in Europa partono dagli aeroporti italiani
Il Foglio

I primi limiti ai voli in Europa partono dagli aeroporti italiani

C’è un dettaglio tecnico, in apparenza minore, che racconta più di mille dichiarazioni ufficiali quanto la guerra in Iran si stia trasformando sempre più in crisi energetica che impatta sulle nostre vite quotidiane: un bollettino , pubblicato all’alba del 4 aprile, che segnala una “disponibilità ridotta di propellente jet A1 fornito da Air BP Italia fino al 9-10 del mese”. Traduzione meno burocratica: British Petroleum annuncia che il carburante sarà contingentato . Non in qualche aeroporto remoto, ma in Italia. Ed è questo il punto. Perché mentre in Europa si continua a navigare a vista tra rassicurazioni prudenti, coperture finanziarie e qualche cancellazione sparsa, negli scali italiani sono arrivati i primi avvisi espliciti . Scritti nero su bianco. Operativi. Succede a Milano Linate, poi a Venezia, Treviso e Bologna. Non è un blocco allarmante ma il segnale di una gestione prudente: una ripartizione selettiva delle scorte . Prima vengono i voli sanitari, quelli di stato, le tratte lunghe. Tutto il resto passa in secondo piano. “La quantità massima disponibile sarà di 2000 litri per aeromobile”, dicono gli avvisi, con una precisione che somiglia già a un razionamento. La questione è che quella soglia, apparentemente tecnica, cambia la prospettiva operativa perché equivale a meno di un’ora di volo di un Boeing 737, il bimotore più diffuso nelle flotte aeree. In pratica, non basta nemmeno per coprire la tratta Milano-Palermo senza rifornimenti intermedi. È come dare a un automobilista mezzo pieno e dirgli di non allontanarsi troppo da casa. Per ora, tutti invitano alla calma. Il gruppo Save, che gestisce gli aeroporti veneti, parla di limitazioni “non significative”. L ’Ente nazionale per l’aviazione civile invita a non fare allarmismi e riconduce le difficoltà al picco di traffico pasquale. Eppure, negli anni passati, nulla di simile era accaduto . Ufficialmente “non è un problema attuale”, ma implicitamente lo diventa se la situazione si prolunga. Perché, al di là delle spiegazioni contingenti, tutto dipende da ciò che accade molto lontano dalle piste italiane, nello Stretto di Hormuz, dove passa una quota decisiva del petrolio mondiale. Secondo le stime degli analisti di Bloomberg, la guerra in Iran sta togliendo dal mercato circa 8 milioni di barili al giorno . È quanto consumano insieme Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Fino a oggi, i governi hanno provato a tamponare dal lato dell’offerta: tagli di accise, interventi fiscali, qualche sussidio. Ora, però, sta succedendo qualcosa di diverso. Si interviene sulla domanda con l'obiettivo di consumare meno. E i primi a essere colpiti sono, inevitabilmente, gli aerei . Perché usano molto carburante, perché sono difficili da sostituire con altri mezzi e perché, a differenza delle auto, non possono permettersi di “andare piano”. Le compagnie lo sanno bene. Ryanair prova a rassicurare: “Non prevediamo carenze nel breve termine”, ma ammette che le forniture sono garantite solo fino a metà o fine maggio. Poi aggiunge: “Se la chiusura di Hormuz dovesse protrarsi, non possiamo escludere rischi”. In altri termini significa: per ora si vola, ma nessuno giura su giugno. Poi entra in gioco il risvolto economico. Perché con i prezzi del carburante raddoppiati nel mese di marzo, " tutte le compagnie trasferiranno questi costi sotto forma di tariffe più alte ”. Il consiglio ai passeggeri, “prenotate subito”, suona meno come un suggerimento commerciale e più come un avvertimento in vista delle vacanze estive. D'altra parte, il carburante avio non è una voce marginale: pesa fino al 30 per cento dei costi operativi di una compagnia aerea. E segue fedelmente il prezzo del petrolio, che da settimane viaggia sopra i 100 dollari al barile (oggi è intorno ai 112). Numeri che, tradotti, significano una sola cosa: volare costa molto di più Anche Lufthansa alza il sopracciglio. La manager Grazia Vittadini parla di “colli di bottiglia” e segnala che “ci sono già difficoltà in alcuni scali in Asia”. La compagnia è coperta finanziariamente con meccanismi assicurativi per l’80 per cento del fabbisogno 2026, ma questo la protegge dalla salita dei prezzi, non dalla disponibilità fisica del carburante: potrà permettersi di compare jet fuel, ma potrebbe non trovarlo e dover lasciare gli aerei a terra. Nel frattempo, i segnali si moltiplicano anche all’estero. Tagli ai voli a lungo raggio da parte di Air France-KLM . Cancellazioni annunciate da SAS e Air New Zealand . Per chi sta organizzando le vacanze estive o già si ritrova in un aeroporto affollato, il messaggio è chiaro, anche se nessuno lo dice apertamente: per ora gli aerei decollano, le destinazioni restano le stesse, ma il sistema sta entrando in una fase nuova, in cui non è più scontato che tutto funzioni sempre e comunque. E forse la vera novità è proprio questa: il viaggio, da esperienza banale, torna a essere qualcosa di incerto. Non drammatico, non ancora. Ma nemmeno garantito. Come succedeva una volta, prima che volare diventasse normale.

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