Il Foglio
Mircea Lucescu è uno di quegli estroversi cosmopoliti e spiriti liberi che solo l’Europa danubiana, coi suoi confini instabili e immensi, e solo il suo calcio fatto di genio non sempre regolato e sempre transfrontaliero ha saputo regalarci. Uno sperimentatore visionario che ha allenato dappertutto, che parla sei lingue, ma con i piedi ben piantati nelle zolle delle pianure sconfinate dove è cresciuto e dove non ha mai smesso di insegnare lo sport. Venne anche da noi, quando ancora noi si andava ai Mondiali, predicò bel calcio nel deserto. Ora che ottantenne è ricoverato in un ospedale della sua Bucarest, in coma farmacologico, ci piace ricordarlo con uno “Slava!”. Per quei dodici anni che incantarono tutti alla guida dello Šachtar Donetsk, e poi quando si trovò alla guida della Dinamo Kyiv nel momento dell’invasione russa e dichiarò di voler restare coi suoi giocatori e di non voler lasciare l’Ucraina: “Non sono un codardo”. Dovette poi però evacuare, cercando di mettere in sicurezza i suoi calciatori e attivandosi per far continuare le attività alla squadra. Lo ricordino anche per quel 28 luglio 2022, dopo aver vinto una partita a Istanbul, quando non si presentò alla conferenza stampa, indignato coi tifosi turchi che avevano provocatoriamente inneggiato a Punin. Slava Mircea.
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