Il Foglio
La mortalità infantile globale è ai minimi storici . Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite , i decessi di bambini sotto i cinque anni sono diminuiti di oltre la metà dal 2000 a oggi . È una delle notizie più straordinarie della storia umana, ottenuta senza rivoluzioni particolari ma grazie a vaccini, sali reidratanti, zanzariere, operatori sanitari di base. Negli ultimi decenni il calo è stato costante, fino a trasformare quella che era una condizione diffusa in un fenomeno sempre più circoscritto. Eppure nel report Onu la buona notizia scivola in secondo piano, ridotta a cornice di un titolo più cupo: il rallentamento del calo. Un elemento reale, legato a fattori come conflitti, fragilità dei sistemi sanitari e difficoltà di accesso nelle aree più isolate. Sia chiaro: quasi cinque milioni di bambini morti prima del loro quinto compleanno nel 2024 restano una tragedia inaccettabile. Ma proprio per questo sorprende la difficoltà a riconoscere una traiettoria di progresso che meriterebbe maggiore evidenza, anche poiché indica che gli strumenti e le politiche sin qui utilizzati funzionano. Perché le organizzazioni umanitarie faticano a celebrare i propri successi? La risposta è in parte strutturale. Chi vive di raccolta fondi non può permettersi il lusso della soddisfazione: il bisogno deve restare urgente, la crisi imminente. Ma la risposta in parte è anche ideologica: nel linguaggio umanitario, ogni miglioramento è sempre “insufficiente” oppure “a rischio”, ogni dato positivo seguito da un “tuttavia”. Una realtà descritta solo come fallimento continuo produce però un effetto collaterale pericoloso: anestetizza . Se nulla basta mai, allora nulla vale davvero. Il pubblico si abitua, borbotta e poi smette di ascoltare. Celebrare i successi non significa negare i problemi, significa renderli più affrontabili. Perché se il progresso è possibile – e i numeri delle Nazioni Unite lo dimostrano – allora vale la pena crederci ancora.
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