Collector
Nell'operazione alla Molinette, l'ipnosi non è stato certo l'unico elemento né il più decisivo della procedura | Collector
Nell'operazione alla Molinette, l'ipnosi non è stato certo l'unico elemento né il più decisivo della procedura
Il Foglio

Nell'operazione alla Molinette, l'ipnosi non è stato certo l'unico elemento né il più decisivo della procedura

Tutti i titoli hanno puntato sulla stessa formula: tumore del colon asportato grazie all’ ipnosi , paziente operato in ipnosi, intervento condotto con l’ipnosi. La formula funziona bene in un titolo, perché isola l’elemento più insolito. Il problema è che lascia fuori quasi tutta la procedura. Le notizie diffuse dall’ospedale e riprese dalle agenzie raccontano infatti un caso diverso: un uomo di 76 anni, con una neoplasia sanguinante del colon destro, già provato da una massiva embolia polmonare e da una grave insufficienza respiratoria, è stato sottoposto a un’emicolectomia destra, cioè all’asportazione chirurgica della parte destra del colon, con una strategia costruita appositamente per evitare i rischi di un’anestesia generale con ventilazione artificiale – ventilazione che avrebbe costituito un rischio troppo grave, nelle condizioni del paziente. La tecnica utilizzata alle Molinette al posto dell’anestesia usuale, sviluppata appositamente per questo paziente, è composta da più elementi : blocchi della parete addominale, sedazione cosciente, mantenimento della respirazione spontanea e ipnosi clinica. I blocchi della parete addominale appartengono all’anestesia loco-regionale. L’anestesista inietta un anestetico locale nei piani anatomici attraversati dai nervi sensitivi della parete, così da ridurre il dolore prodotto dall’incisione chirurgica e dalla manipolazione di cute, muscoli e fasce. In chirurgia addominale queste tecniche sono ben note, e il loro campo d’azione è altrettanto noto: coprono soprattutto il dolore somatico della parete addominale, mentre il dolore viscerale, cioè quello che nasce dagli organi interni e dai loro rivestimenti, richiede altri strumenti di controllo. La sedazione cosciente è il secondo pezzo della procedura . Vuol dire ridurre farmacologicamente vigilanza, ansia e reattività senza portare il paziente nella condizione propria della sedazione profonda o dell’anestesia generale. Il malato resta capace di collaborare, risponde a richieste semplici, continua a respirare spontaneamente, e proprio questo aspetto aveva un peso decisivo in un paziente con funzione respiratoria già gravemente compromessa. Le cronache sul caso torinese insistono tutte su questo dato: l’intervento è stato pensato per mantenere la respirazione autonoma durante tutta la resezione. L’ipnosi clinica serve infine ad accompagnare il paziente, a contenere ansia e stress, a rendere più tollerabile il tempo operatorio e a ridurre il fabbisogno di sedativi. Per questo l’immagine del paziente “operato con l’ipnosi” porta il lettore fuori strada. Naturalmente, considerato che il paziente è stato operato da sveglio, la parte operativa dal punto di vista chirurgico è stata altrettanto straordinaria quanto il protocollo analgesico che abbiamo descritto: tutto si è dovuto svolgere in maniera estremamente rapida, precisa e senza errori, in tempi ristretti e soprattutto con il paziente sveglio e assorto in conversazione con l’ipnotista, quindi in condizioni molto distanti dall’ordinario e di oggettiva maggiore difficoltà. Fatte queste necessarie premesse, possiamo passare ad esaminare il ruolo che l’ipnosi ha avuto in sala operatoria, come parte di una procedura complessa – certo quella che colpisce di più la fantasia del pubblico – che, come abbiamo visto, ha previsto l’utilizzo di diversi mezzi per controllare dolore e indurre sedazione, mantenendo la respirazione autonoma e la coscienza vigile. Se si guarda alla letteratura clinica accumulata negli ultimi decenni, l’ipnosi perioperatoria riduce ansia e distress, attenua in molti contesti il dolore riferito dal paziente, consente spesso di risparmiare sedativi o analgesici e in alcuni studi si associa anche a una minore frequenza di nausea e vomito postoperatori. La sintesi più ampia disponibile, pubblicata nel 2025 , ha raccolto 142 studi per un totale di 9238 pazienti tra adulti e bambini. Quando l’ipnosi viene praticata prima dell’intervento, gli autori osservano una riduzione del dolore postoperatorio e dell’ansia; quando viene praticata durante la procedura, osservano una riduzione del dolore intraoperatorio, dell’ansia dopo l’intervento e del rischio di nausea e vomito postoperatori. Gli stessi autori aggiungono però un punto importante: per molti esiti, anche dopo un numero elevato di studi, il quadro resta incompleto. La letteratura più robusta, dunque, attribuisce all’ipnosi un valore clinico misurabile, soprattutto quando viene inserita in un protocollo perioperatorio e valutata con endpoint concreti, cioè quantità di farmaci, punteggi di dolore, ansia, durata del recupero e sintomi postoperatori. Dove si vede meglio questo effetto? Anzitutto nelle procedure eseguite con sedazione cosciente o con sedazione leggera, cioè in quelle condizioni in cui il paziente resta contattabile, può seguire istruzioni, e la componente percettiva ed emotiva della procedura pesa molto. Già gli studi di Faymonville negli anni Novanta, in chirurgia plastica e in sedazione cosciente, indicavano che l’ipnosi migliora il controllo di ansia e dolore e consente una riduzione di farmaci come midazolam e alfentanil. Uno studio di Lang pubblicato su The Lancet nel 2000, su procedure invasive, ha mostrato che il rilassamento autoipnotico strutturato produce benefici durante la procedura, con effetti più marcati su dolore e ansia rispetto alla sola attenzione empatica . Allo stesso modo, una meta-analisi di Noergaard del 2019, dedicata alle procedure mininvasive, arriva a una conclusione coerente: il segnale più stabile riguarda il minor consumo di analgesici; l’effetto su ansia e intensità del dolore percepito c’è, ma risulta più modesto . Il filo comune è chiaro: l’ipnosi dà il meglio quando il paziente resta dentro la procedura con un certo grado di partecipazione cosciente. Un secondo campo in cui i dati sono diventati più consistenti è la chirurgia mammaria oncologica. Qui la componente emotiva preoperatoria è spesso intensa, le procedure sono relativamente standardizzate, e gli esiti soggettivi si misurano con buona precisione. In un trial randomizzato del 2007 , 200 pazienti candidate a biopsia escissionale o quadrantectomia ricevettero una breve sessione ipnotica preoperatoria di 15 minuti oppure un controllo di ascolto empatico. Il gruppo trattato con ipnosi richiese meno propofol e meno lidocaina, riferì meno dolore, meno nausea, meno fatica, meno disagio e minore turbamento emotivo alla dimissione, con una riduzione anche dei costi istituzionali per paziente legata soprattutto a tempi operatori più brevi. Studi successivi hanno poi aggiunto dati: nel 2024 per esempio è stato dimostrato che i benefici della sedazione ipnotica, inclusi controllo del dolore postoperatorio e minore consumo di farmaci antinfiammatori non steroidei, si associano a una riduzione significativa della reazione infiammatoria perioperatoria . Quando si passa dall’ipnosi come supporto all’ipnosi come tecnica principale, il terreno diventa più stretto. I risultati migliori arrivano da procedure superficiali, da interventi brevi, da pazienti accuratamente selezionati e da équipe con esperienza specifica. In un trial randomizzato pubblicato nel 2023 , l’ipnosi intraoperatoria è stata confrontata con l’anestesia generale in 60 bambini sottoposti a chirurgia superficiale: il lavoro conclude che, tra 7 e 16 anni, questa strada appare fattibile, accettata e associata a recupero più rapido e permanenza più breve. In neurochirurgia awake, cioè nelle craniotomie eseguite con il paziente sveglio per poter controllare in tempo reale linguaggio e altre funzioni cerebrali, i lavori di Frati e di Cossu descrivono l’ipnosi come supporto a protocolli altamente specializzati, con risultati promettenti su stress perioperatorio e soddisfazione complessiva. Il limite della tecnica emerge con la stessa chiarezza. La risposta all’ipnosi varia da persona a persona. Questa variabilità viene spesso chiamata suscettibilità ipnotica: indica, in termini semplici, quanto un individuo riesca a entrare in quello stato di attenzione focalizzata e di recettività alle suggestioni che la tecnica richiede. A questo si aggiunge la necessità di operatori formati, di tempo dedicato e di una organizzazione compatibile con la pratica perioperatoria. Possiamo, a questo punto, ritornare al caso del paziente operato alle Molinette. Il quadro complessivo assegna all’ipnosi un valore clinico reale e allo stesso tempo ben delimitato. Funziona bene come strumento integrativo nella gestione perioperatoria, soprattutto quando si vogliono ridurre ansia, dolore percepito e carico farmacologico. Può diventare asse portante della procedura in chirurgia superficiale, in alcuni setting pediatrici, in procedure mininvasive o in protocolli awake molto selezionati, proprio come quello di Torino. In una resezione del colon eseguita su un paziente con margini respiratori strettissimi, l’ipnosi è parte di una strategia multimodale costruita per ridurre lo stress e contenere i sedativi, dentro un impianto che comprende blocchi loco-regionali, sedazione cosciente e controllo continuo della respirazione spontanea. Piano quindi con le fantasiose ricostruzioni che vorrebbero l’abbandono dell’anestesia e dei farmaci imminente, oppure che immaginano l’ipnosi come una pratica magica da usare in ogni occasione come tecnica antidolorifica. Il bravissimo gruppo di Torino si è avvalso di molti strumenti e di tutti gli accorgimenti, e l’ipnosi non è certo l’unico elemento né il più decisivo della procedura che è stata cucita per risolvere questo difficile caso clinico.

Go to News Site