Il Foglio
I libri di scuola ci hanno insegnato che la dissoluzione dell’Impero asburgico alla fine della Prima guerra mondiale era “inevitabile”. Eppure – osserva Marco Bellabarba , docente a Trento, specialista di storia dell’Europa centrale – “fino a pochi mesi prima della fine del conflitto i diplomatici dell’Intesa dubitano che una pace fondata solo sul principio di nazionalità sia la soluzione migliore”. E quanto poco felice sia tale soluzione sarà dimostrato dalla storia successiva, segnata dalle tensioni fra gruppi etnici costretti in confini tutt’altro che naturali e dalle rivalità fra i nuovi stati. Perché dunque il Foreign Office, il vero arbitro della questione, passa in breve tempo dall’idea di conservare l’Impero al sostegno alla nascita dei nuovi stati nazionali? Per rispondere a questa domanda, Bellabarba ripercorre le vicende di quattro personaggi chiave della questione , “figure familiari agli studiosi” ma molto meno al grande pubblico. I primi due sono inglesi, Robert William Seton-Watson, giovane storico capitato a Vienna nel 1905 quasi per caso, e Henry Wickham Steed, inviato nella capitale austriaca del Times. Dai loro soggiorni nei territori della Duplice Monarchia entrambi traggono la convinzione che tutti i mali dell’Impero derivino da “una lotta senza quartiere tra dominant e subject nationalities”. Rientrati a Londra con la guerra, i due daranno vita a una rivista e a un centro sudi che avranno un ruolo fondamentale nell’orientare l’opinione pubblica e la politica britanniche verso la dissoluzione dell’Impero. Gli altri due protagonisti del libro sono invece originari delle terre contese. Ludwik Bernsztajn vel Niemirowski cresce nella Galizia asburgica, dove il dominio della nobiltà polacca sui contadini ruteni è vissuto in maniera cordiale, e sempre porterà con sé il ricordo di un mondo dove etnie diverse possono convivere pacificamente. Tuttavia, alla fine anche lui approderà a Londra e, anglicizzato il nome in Lewis B. Namier, finirà per collaborare con l’opera di Seton-Watson e Wickham Steed. Infine Josef Redlich, nato e cresciuto in Moravia, eletto deputato al parlamento di Vienna, resterà fino all’ultimo fedele al sogno di una riforma dell’Impero in senso federale, che possa continuare a garantire la pacifica convivenza fra popoli diversi che, pur con tutte le inevitabili contraddizioni, è stata la cifra dello stato asburgico. Sullo sfondo delle vite dei quattro, la descrizione di una realtà molto più ricca e sfaccettata di quella che la storia dei vincitori ci ha raccontato. Marco Bellabarba Un mondo già di ieri il Mulino, 300 pp., 29 euro
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