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Il petrolio non è tutto per la Cina
Il Foglio

Il petrolio non è tutto per la Cina

Ieri alla conferenza stampa del ministero degli Esteri di Pechino, la ieratica portavoce Mao Ning ha scelto come prima domanda dei giornalisti un commento sulla minaccia del presidente americano Donald Trump su “un intero paese” che può essere “distrutto in una sola notte”. Mao ha detto che il conflitto in corso “sta minando la sicurezza e la stabilità” con ripercussioni “sull’economia mondiale e sulla sicurezza energetica. La Cina è profondamente preoccupata per questa situazione”. Poche ore dopo, la Cina (e la Russia) hanno posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla bozza di risoluzione del Bahrain che chiedeva misure “difensive” coordinate per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Nell’ambiente neocon e dei falchi anticinesi la narrazione della guerra di Trump all’Iran riguarda soprattutto la Repubblica popolare, in un conflitto tradizionale fra grandi potenze che si basa sul controllo delle materie prime: prendere possesso del settore petrolifero iraniano, dopo quello venezuelano, dovrebbe “espandere il dominio energetico globale degli Stati Uniti per ottenere una maggiore leva commerciale nei confronti della Cina”, ha detto ieri una fonte anonima a Bloomberg. In realtà l’allarme nei corridoi del Zhongnanhai è reale: sebbene molti funzionari cinesi considerino la guerra in medio oriente un’opportunità sul lungo periodo, nel medio e breve periodo si tratta di uno choc anche per Pechino, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento di greggio (oltre il 72 per cento del suo fabbisogno è importato) e di gas naturale (40,5 per cento). Nei giorni scorsi è circolato molto un paper di Peng Shaozong, vicedirettore del Dipartimento dei prezzi alla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Ndrc), cioè il massimo organo di pianificazione macroeconomica della Cina, molto pessimista sugli effetti della crisi e della forte volatilità dei mercati delle materie prime, che consiglia al Partito di “ridurre in modo complessivo la dipendenza dalle materie prime” dall’Iran e dal Golfo, accelerare la transizione energetica e “compensare le incertezze geopolitiche esterne con la certezza della stabilità interna dell’offerta e dei prezzi”. L’impatto economico della crisi è un rischio altissimo per la leadership di Xi Jinping, per questo i suoi consiglieri suggeriscono stabilità interna e l’apertura di nuove reti e alleanze capaci di ammortizzare almeno in parte lo choc in medio oriente senza farsi coinvolgere direttamente nella guerra – il veto di ieri al Consiglio di sicurezza va in quella direzione. Se l’Amministrazione americana crede di poter “contenere” la Cina semplicemente privandola delle fonti di approvvigionamento energetico, però, sbaglia. Sotto la leadership di Xi Jinping, la Repubblica popolare cinese ha aumentato enormemente la sua capacità di influenza politica, in piccole mosse singolarmente considerate trascurabili ma che stanno cambiando l’ecosistema delle grandi organizzazioni internazionali. A fine marzo la Commissione speciale del Congresso americano sulla concorrenza strategica tra gli Stati Uniti e il Partito comunista cinese ha pubblicato un nuovo rapporto sulla capacità di Pechino di influenzare le Nazioni Unite usando finanziamenti, candidature e “truppe strategicamente dispiegate nelle forze di mantenimento della pace”. Secondo l’indagine, il governo cinese “ricorre a contributi finanziari per ridefinire le norme dell’Onu al fine di promuovere i propri interessi nazionali”: il tentativo di influenza di Pechino è visibile in quasi tutte le agenzie, soprattutto in quelle in cui il contribuito americano è stato diminuito dopo l’arrivo alla Casa Bianca di Trump per il suo secondo mandato. E in questa influenza a strascico, ci sono agenzie cruciali per Pechino: ieri il Financial Times ha rivelato che la leadership cinese starebbe “esercitando forti pressioni” per ospitare un importante organismo dell’Onu, cioè l’agenzia che dovrebbe essere depositaria del Trattato dell’Alto Mare. L’accordo internazionale, entrato in vigore a gennaio, impone la creazione di un forum che servirà a finanziare e governare zone protette e stabilire “chi trae profitto dalle preziose risorse genetiche presenti in mare”. La Cina, che rivendica la gran parte del Mar cinese meridionale illegittimamente e usando tattiche aggressive contro i vicini, vorrebbe ospitare l’agenzia nella città portuale di Xiamen, e si sarebbe impegnata anche a essere “flessibile” sulla questione dei visti sulle immunità diplomatiche a esperti e attivisti – non sempre visti di buon occhio dal Partito. A questo si aggiunge un altro piccolo successo politico della Cina, che a novembre ospiterà a Hong Kong, cioè il luogo della repressione cinese più brutale degli ultimi anni, l’Assemblea generale dell’Interpol, nonostante le accuse di aver stabilito fuori dai propri confini nazionali “stazioni di polizia virtuali”. L’Interpol è la stessa istituzione che Pechino usa soprattutto per “normalizzare” la repressione transnazionale attraverso i cosiddetti “red notice”.

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