Il Foglio
Sono quasi cento le persone in coda davanti all’ufficio immigrazione della Questura di Roma in via Patini per richiedere l’asilo . E’ martedì sera e in fila c’è mezzo mondo: cinesi, venezuelani, peruviani, egiziani, bengalesi, marocchini, iraniani. La scena lascia raggelati. Coperte, cartoni, gente che dorme per terra e si sveglia appena qualcuno dice che la fila si muove . Sono tutti lì per lo stesso obiettivo: manifestare la volontà di chiedere asilo politico in presenza, il primo passo della procedura di protezione internazionale. Non esiste un modo per prenotarsi. Non c’è alcuno slot online perché la piattaforma PrenotaFacile, attiva per altre pratiche legate all’asilo, a Roma non copre questo passaggio. L’unica opzione resta quella di presentarsi di persona e sperare di essere ricevuti. Il decreto legislativo 25 del 2008 stabilisce che la registrazione debba avvenire rapidamente dalla manifestazione della volontà. Ma a Roma, per riuscire anche solo a manifestare quella volontà, le persone passano anche giorni (e notti) in fila fuori dall’ufficio della questura. Così, due volte a settimana, la Croce Rossa porta un pasto caldo e una bottiglia d’acqua. Ci sono persone che hanno studiato, che lavorano o che potrebbero farlo. La famiglia di Ms Ha è arrivata dalla Cina. Lei, sua madre e sua sorella, sono in fila da prima di Pasqua. Ms Ha apre il traduttore e scrive: “Dei poliziotti ci hanno detto di non metterci in fila per evitare ingorghi. Abbiamo aspettato due giorni e poi ci siamo messe in fila lo stesso”. Maria, peruviana, è in Italia da tre anni senza documenti : “Tutti i datori di lavoro sfruttano la mia situazione. Voglio chiedere l’asilo per emanciparmi, come donna e come cittadina. Ma sono in fila da quattro giorni”. Come sei arrivata tre anni fa? “Da turista – risponde ironicamente – come tutti. Ti stupisce?”. Accanto a loro Aashiq, dal Bangladesh, in fila da sette giorni: “Sulla lista un giorno sono ottavo, un giorno 17esimo, un altro 30esimo. Cambiano le liste ogni giorno. Siamo qui senza cibo, di notte, e non facciamo nessun passo in avanti”. Dice che martedì ha parlato con i militari di pattuglia: “Gli ho detto: domani sono 28esimo, per favore fate sì che si arrivi almeno al mio numero. Molte persone perdono la pazienza e se ne vanno senza documenti”. Rafael ascolta le parole di Aashiq e si avvicina. E’ scappato dal Venezuela in Colombia nel 2025, ed è in Italia da una settimana: "C’è un sistema corrotto. La mattina ci sono delle persone che arrivano, corrono e spingono indietro quelli in fila per entrare”. Poi Aashiq si riavvicina con il capo chino: “Ho sentito che chiedono cento euro” . Li hai visti? Il sorriso scompare, ma annuisce. Youssef, marocchino, non ha visto passare denaro, ma conferma il meccanismo: “Ogni mattina arrivano gruppi alle cinque o alle sei e entrano direttamente. Ma come fanno? Perché nessuno li ferma? Noi siamo qui da domenica”. Estefani, peruviana, in Italia da otto anni, è lì per accompagnare il fratello e il cugino. Fa sapere che la mattina è stata spinta e le hanno rotto gli occhiali. “Nessuno ha fatto nulla. C’è la mafia che vende i posti e chiede 100 o 200 euro. Sono sempre gli stessi: ci sono persone che rimangono lì davanti tutti i giorni, è il loro lavoro. Siamo stanchi di tutto questo, non siamo animali”. I sudamericani si sono organizzati con un gruppo WhatsApp per la fila alla questura, dove cercano di aiutarsi denunciando quello che vedono. Jeff, venezuelano, mostra delle foto: “Questa è del 31 marzo, quest’altra del 30. Ma perché queste stesse persone sono ancora qui oggi, 7 aprile, allo stesso punto?”. Enzo, anche lui sudamericano, mostra altre riprese: “Ecco, questo è il momento della mattina di ogni giorno. Le persone che vendono il posto restano lì e inizia la vendita”. Ovviamente, non ci sono prove a sufficienza per affermare oltre ogni ragionevole dubbio che davanti la Questura di Roma ci sia un racket. Ma decine di persone denunciano la stessa cosa: c’è chi vende i posti. In molti dicono che a pagare sono spesso le famiglie cinesi: non parlano italiano e inglese, ma hanno più disponibilità economica rispetto agli altri in fila. Ma può davvero essere colpa di chi è costretto a restare in fila per giorni in attesa di un documento che vuole richiedere legalmente? A Torino dopo la condanna del tribunale civile confermata in appello la questura ha attivato dal dicembre 2025 un sistema di prenotazione e calendarizzazione per la richiesta d’asilo tramite associazioni e PrenotaFacile. A Milano il Comune ha aperto un punto di orientamento, mentre la domanda d’asilo avviene tramite enti del terzo settore e sindacati. Il Foglio (13/11/2025) aveva già raccontato dei problemi che riguardano anche la fila per i permessi di soggiorno , posizionata sul ciglio della strada opposto alla fila per l’asilo. Su questo tema, a gennaio, il Tar del Lazio ha ordinato un’istruttoria sui ritardi della questura, a conferma che il malfunzionamento dell’ufficio immigrazione romano è ormai oggetto di un contenzioso amministrativo. In ogni caso a Roma nessuno, in buona fede, può dire di non conoscere il problema delle file per la domanda d’asilo. Viminale, questura, prefettura e municipio. Eppure nulla cambia.
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