Il Foglio
L’apocalisse è rinviata, il settimo sigillo non è stato spezzato. Abbiamo almeno due settimane per riprenderci dallo choc; forse in attesa che ne arrivi un altro peggiore, sostengono gli apocalittici mai domi, o che il lume della ragione si accenda sotto la parrucca arancione del presidente imperiale come speriamo noi integrati. La crisi c’è, intendiamoci, politica ancor più che economica . Prepararsi al peggio è sempre saggio, gridare al lupo è sempre stolto. Possiamo mettere insieme tutto quello che ha detto Donald Trump e sarebbe un elenco più lungo del catalogo di Leporello. Possiamo dire che se vengono accettati i dieci punti dell’accordo proposto sarebbe una sconfitta per gli Stati Uniti anche se non per Israele che non intende fermarsi in Libano (lo ha già detto), ma forse nemmeno in Iran. Tuttavia è troppo presto per arrivare a conclusioni sensate. Proviamo, invece, a capire l’impatto di questa crisi, quello vero e quello raccontato. Ridicoli sono gli iperbolici paragoni come quello con la pandemia. Sono arrivati a parlare persino di un lockdown mondiale. Il confronto più sensato è con gli anni 70, evocando le targhe alterne, il razionamento, la domeniche a piedi, l’abolizione di sette festività tra le quali la Befana. Lo fece nel 1977 il governo guidato da Giulio Andreotti il quale continuò a ripetere che era stata la decisione più triste e penosa che abbia mai preso (un po’ per celia un po’ per amor di verità). Allora le crisi furono due nel giro di sei anni. La prima dopo lo scoppio della guerra dello Yom Kippur, quando nell’ottobre 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele durante il “giorno dell’espiazione”. I paesi arabi spinsero l’Opec all’embargo verso i sostenitori di Israele. Il prezzo del greggio passò da 3 a 12 dollari il barile, quattro volte tanto. Nei due anni successivi scoppiò una pesante recessione accompagnata da un balzo dell’inflazione. Poi nel 1979 la rivoluzione iraniana provocò un altro durissimo colpo, tutti i prezzi salirono in media al 13-15 per cento all’anno e arrivò l’iper-inflazione. Il presidente americano Jimmy Carter mise la Federal Reserve in mano al gigantesco banchiere Paul Volcker, simpatico fumatore di grandi avana, il quale aumentò i tassi d’interesse al 21 per cento . Ronald Reagan vinse le elezioni, tenne il banchiere centrale nonostante fosse un Democrat, attraversò altri due anni di recessione; poi la svolta liberista accompagnata alla Fed da Alan Greenspan, quando l’inflazione era ormai scesa al 3 per cento, mise in moto un nuovo ciclo di sviluppo. Nel frattempo le politiche di risparmio e razionalizzazione (chiamate impropriamente austerità) consentirono di aumentare l’efficienza dell’industria. Oggi per un euro di prodotto lordo si consuma il 70 per cento di petrolio in meno; è noto, anche se pochi lo ricordano. La crisi provocata dalla guerra in Iran ha fatto aumentare il petrolio da 70-80 dollari il barile a 110 dollari in media, quindi del 37 per cento; è molto, ma non quattro volte e ieri è tornato sotto quota 100. L’inflazione sta salendo, le previsioni della Bce (per quel che valgono in una fase di estrema incertezza) parlano di un 2,4 per cento, il Fondo monetario internazionale calcola il 3,4 per cento negli Stati Uniti. Nessuna grande recessione come quella degli anni 70 è in vista, certo ci sarà una ulteriore frenata che s’aggiunge a quella provocata dai dazi, ma sempre di segno più (0,9 per cento nell’area euro e 2,4 negli Usa). Il pericolo maggiore riguarda la scarsità relativa di greggio, gas, materie prime fondamentali , però molto dipende dal blocco dello Stretto di Hormuz ; non è in vista nessun embargo petrolifero contro gli amici di Israele. Non è consolatorio, perché anche ammettendo che i pasdaran aprano le porte ci vorranno mesi per tornare alla normalità. O forse non si tornerà alla vecchia normalità, ci saranno nuovi equilibri e nuovi assetti. Dubai oggi è un paradiso perduto, affaristi, crapuloni, magnati andranno a cercarne altri, può darsi. Quell’area del mondo resterà a lungo turbolenta, rischiosissima, inaffidabile. Nessun imperatore l’ha mai controllata, né gli ottomani né gli inglesi, tanto meno gli americani i quali stipularono nel 1945 il patto con Ibn Saud. C’è da dubitare che sia l’ultimo egotico e volubile “imperatore” a garantire un qualche ordine. Un altro pericolo più strutturale che congiunturale è quello sollevato da Andy Haldane, ex economista capo della Banca d’Inghilterra. Che cosa succede, si è chiesto, quando collidono due onde, quella finanziaria (oggi incerta tra boom e sboom) e quella geopolitica che ha dissipato ogni antica certezza. Non si crea il caso, ma aumenta la frequenza di eventi estremi. Gli statistici la chiamano curtosi; inutile avventurarsi in sofisticate astrazioni, però Aldane ci aiuta a capire che non bisogna analizzare quel che ci accade attorno con le lenti del passato. Difficile quando non si hanno gli occhiali adeguati al presente, impossibile quando al comando c’è un Trump, non un Volcker né un Reagan.
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