Il Foglio
Al direttore - Se ho capito bene, per Trump l’obiettivo principale della tregua con Teheran è quello di aprire lo Stretto di Hormuz, che è stato chiuso proprio a causa della guerra con Teheran. Un successone, direi. Michele Magno Se ho capito bene, provare a colpire l’Iran, cercando di limitarne il suo raggio d’azione, comporta delle conseguenze, tra cui anche i problemi evidenti nello Stretto di Hormuz. Il problema non mi pare che oggi sia se l’Iran è più forte o meno nel controllo di Hormuz, tema reale. Il problema mi pare che sia un altro: i paesi che possono beneficiare dall’avere un Iran più debole faranno qualcosa per evitare che un Iran militarmente indebolito possa utilizzare Hormuz come un’arma di ricatto? Al direttore - Ha ragione Nicola Rossi: gli italiani per cambiare devono sentirsi rassicurati. Se da un lato, come si dice in sardo, “su mellus est su connottu”, ossia meglio è ciò che già si conosce, dall’altro la scarsa fiducia nella politica (e nel mercato) porta in molti a tenersi stretto lo status quo. Però l’incapacità di Meloni & Co. di spiegare – e bene – le proprie ragioni è stata assoluta. Riusciranno costoro a evitare di dire bestialità nel presentare un meritorio intervento sulla pressione fiscale? Francesco Cisternino Istanbul Al direttore - Leggo il Foglio solo da pochi mesi, ma è stato amore a prima vista. Nonostante spesso non sia d’accordo con le idee propinate e i temi proposti, debbo ammettere che ogni articolo è sempre stimolante e arricchente. Mi piace tutto del giornale, perfino la carta e i caratteri (sì, vi compro sempre in edicola). Tuttavia, mi chiedo come sia possibile per un giornale così attento alla lingua italiana, che ha addirittura una divertentissima rubrica in cui mostra le sviste – chiamiamole così – di altri quotidiani, usare così spesso inglesismi superficiali: perché “tycoon” e non “magnate”? Perché “trigger” e non “innesco”? Perché “device” e non “dispositivo”? Perché “pattern” e non “schema” (cit. Lorenzetto)? Potrei andare avanti a lungo. Capirei se si trattasse di termini difficili da tradurre o i cui significati sarebbero sviliti se fossero adattati all’italiano, o per fare economia di parole, ma quasi sempre non è così. Per un giornale come il Foglio questa tendenza linguistica mi sembra quasi un ossimoro, se non stonante; una sorta di uniformante e appiattita moda lessicale. Lei che ne pensa? Un affettuoso saluto. Antonio Verrillo Il suggerimento è ottimo, ma ogni tanto, più per questioni di ritmo che di pigrizia, ci concediamo qualche piccola licenza poetica. Grazie e viva i foglianti! Al direttore - La grande partecipazione di giovani al referendum costituzionale e la loro preferenza per il No è un dato che il centrodestra non può liquidare con un’alzata di spalle. E’ il sintomo di un problema radicato: non riusciamo a parlare alla cosiddetta Gen Z. E’ un dato emerso già alle ultime elezioni europee, in controtendenza rispetto ad altri paesi. Da allora abbiamo fatto ben poco per rimediare: non basta partecipare a un podcast o stare su TikTok. Non basta parlare a loro, dobbiamo parlare con loro. Voglio soffermarmi su tre errori che secondo me abbiamo commesso. Il primo è stato impedire il voto ai fuori sede. Abbiamo trasmesso un segnale di sfiducia o, peggio, di paura e abbiamo cercato di limitare la partecipazione di elettori che avevano il diritto di esprimere la loro preferenza. E infatti hanno trovato il modo di farlo comunque, ritorcendosi contro di noi. Ma già da prima, non siamo riusciti a creare una narrazione pacifista diversa da quella pro Pal. Non abbiamo saputo spiegare che lasciare la Palestina nelle mani di Hamas significava negare ai palestinesi quei diritti, quella libertà che chi è sceso in piazza rivendicava. Infine, non è stata data una risposta sufficiente alla richiesta di un supporto psicologico diffuso e accessibile per tutti, a partire dalle scuole. Ho molto apprezzato, in questo senso, la decisione del presidente della regione Veneto, Alberto Stefani, di promuovere tra i primi atti una proposta di legge regionale per l’istituzione del servizio di psicologia territoriale. Ma guardiamo oltre. In vista delle elezioni politiche, cosa vuole fare il centrodestra per cambiare il proprio rapporto con la Gen Z? Non basta il lavoro positivo dei movimenti giovanili o qualche riga scritta in un programma elettorale. Servono il coraggio del confronto, l’accettazione della critica, la forza del mettersi in gioco. Dobbiamo raccogliere una volontà di partecipare che esiste, senza volerla ingabbiare in schemi di partito. E’ una questione che riguarda tutta la politica. A sinistra si illudono se pensano che questo referendum o le primarie di apparato bastino ad aggregare una volta e per sempre il voto giovanile. Perché quel voto è più volatile e complesso che mai. A chi ha il privilegio di governare il paese spetta però qualcosa in più della ricerca del consenso. A noi spetta la pazienza dell’ascolto. Gian Marco Centinaio vicepresidente del Senato Ascoltare è saggio, specie quando si parla di giovani. Mi chiedo solo come si debba sentire un giovane di fronte a un governo che i pochi soldi che ha a disposizione di solito prova a destinarli all’abbassamento dell’età pensionabile e non all’innalzamento delle opportunità per i più giovani. Meno pensioni, più innovazione. Meno rendite di posizione, più rottura dello status quo. Meno rincorsa del passato, più ricerca del futuro. Non è retorica. E’ la differenza tra chi cerca semplicemente voti e chi cerca di creare un paese migliore. In bocca al lupo.
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