Il Foglio
Al direttore - Sarebbe ora che qualche procura italiana o europea indaghi sull’evasione Iva e il lavoro irregolare nell'esazione del pedaggio a Hormuz. Giuseppe De Filippi Al direttore - L’intervento del presidente De Pascale sul vostro quotidiano mette al centro un punto fondamentale che è bene ribadire: la decarbonizzazione, e quindi le misure per raggiungerla come l’Ets, non può essere efficace senza realismo industriale, coerenza regolatoria e attenzione alle specificità dei territori e delle filiere produttive in un quadro di giustizia sociale. E’ particolarmente condivisibile l’idea di superare approcci ideologici, puntando invece su strumenti tecnici più raffinati (come benchmark settoriali più aderenti alla realtà) e su politiche che accompagnino davvero le imprese nella transizione, strada che l’Europa ha faticato a realizzare. Non meno rilevante è anche l’apertura a una maggiore integrazione europea, con un asse Italia-Spagna capace di rafforzare una visione pragmatica. L’ambizione climatica riducendo le emissioni inquinanti e la tutela del sistema produttivo non sono obiettivi in contraddizione, ma leve da governare insieme. In uno scenario globale complesso, serve una politica industriale europea che incentivi innovazione, competitività e sostenibilità senza penalizzare chi produce. Un approccio che guarda avanti e che può contribuire a rendere la transizione non solo necessaria, ma anche concretamente realizzabile. Stefano Vaccari, deputato del Pd Al direttore - Ho appena visto la vignetta di Ellekappa che descrive Bibi e la decisione sulla pena di morte già bloccata dai santi giudici israeliani. Penso che sia una vignetta antisemita che descrive tutti noi ebrei come se fossimo Bibi Netanyahu. Mi chiedo perché di nuovo si guarda da una parte sola, quella di un popolo assolutamente minoritario che tenta di sopravvivere alle bombe degli houthi, Hamas, Hezbollah, iraniani e cani sciolti vari che colpiscono, hanno colpito e colpiranno anche la Santa Europa che manda invece flottiglie a salvare fiancheggiatori e assassini del 7 ottobre. Perché nessuno si indigna dei poveri morti iraniani uccisi a decine di migliaia con fucilate alle manifestazioni in Iran e condannati a morte e liquidati nelle prigioni di Evin e portati via già feriti dagli ospedali e massacrati…? Ci si indigna solo del rialzo del prezzo del petrolio e del costo della vita che per ora è più frutto di speculazioni locali che del blocco di Hormuz. E intanto, seppur sia poca cosa, noi ebrei della diaspora vediamo ridursi il numero dei nostri amici, di quelli che ci telefonano, di quelli con cui si può discutere da pari a pari senza sentirsi già condannati a causa dei supposti crimini di Bibi. Perché nessuno chiede che tra i punti dell’attuale tregua e poi degli accordi di pace ci sia forte e chiaro il riconoscimento dello stato di Israele? Finché viene chiamato “piccolo Satana” dubito che cambierà qualcosa! Ancora grazie al Foglio e a chi lo fa per la posizione corretta che tiene in questo periodo così complicato! Anna Treves A proposito di Iran. Come abbiamo scritto ieri, le possibilità di avere al tavolo dei negoziati un Iran più debole, alla fine della guerra, sono infinitamente più alte rispetto all’inizio della guerra. Ma per far sì che l’Iran non si avvantaggi della tregua e non trasformi le difficoltà interne di Trump in una leva per tornare allo status quo ci sono alcuni paletti necessari da fissare. Primo: l’Iran consegnerà le sue scorte di uranio arricchito? Secondo: Hormuz, come ha scritto ieri il Wall Street Journal, potrà essere trattato dall’Iran come un’autostrada a pedaggio, considerando il fatto che, anche se l’Iran avrebbe sempre potuto chiuderlo, prima della guerra lo Stretto era una via navigabile internazionale a libero transito? Terzo: gli Stati Uniti avranno la forza di legare eventuali revisioni delle sanzioni a una de-escalation dell’Iran nel sostegno al terrorismo? La guerra contro gli ayatollah non è persa, ma prima di vincerla, anche solo in parte, c’è molta strada da fare. E dire come dice oggi Trump che la guerra è già vinta, quando non lo è ancora, significa prepararsi a fare qualche passo per perderla.
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