Il Foglio
Mediobanca compie 80 anni, è nata il 10 aprile 1946 ed è morta nel momento in cui è stato deciso di cancellarla dalla borsa valori di Milano dove era stata quotata nel 1956. La prossima settimana il nuovo patron e azionista unico il Monte dei Paschi di Siena terrà la sua assemblea e deciderà il proprio assetto, la propria governance e di conseguenza anche il futuro della banca d’affari fondata da Raffaele Mattioli e resa da Enrico Cuccia “l’imbuto” (definizione di Gianni Agnelli) o lo snodo del capitalismo italiano. Si celebra dunque non un venerando compleanno, ma un funerale? In realtà la vera domanda è un’altra: c’è ancora bisogno di una Mediobanca? Se fossimo in piena globalizzazione dovremmo rispondere di no. Ma poiché siamo nella fase del protezionismo e del neostatalismo, dobbiamo tornare alle origini e ragionare sui fondamentali. Mediobanca era uno dei più importanti titoli bancari, il terzo dopo Intesa-Sanpaolo e Unicredit-Capitalia. Ma aveva già cambiato pelle più volte. Era nata per impulso della Banca commerciale allo scopo di fornire capitale alle imprese durante la ricostruzione economica, poiché la legge del 1936 impediva alle banche commerciali di dare credito industriale . Con l’ingresso in Olivetti e Pirelli, Mediobanca divenne sostegno e arbitro degli equilibri tra capitale statale e privato, ma anche all’interno di un capitale privato che dagli anni ’70 in poi diventa sempre più bisognoso di sostegno. Nel 1978 Cuccia si definì un centauro con il corpo pubblico e la testa privata. Il corpo pubblico perché dipendeva dalle tre banche dell’Iri, la Commerciale, il Credito Italiano e il Banco di Roma. La testa privata perché deteneva pacchetti azionari strategici in quasi tutti i grandi gruppi industriali e Cuccia era diventato il Lord protettore di quel che restava delle grandi famiglie del capitalismo italiano. Gli anni ’80 vedono l’emergere di nuovi imprenditori: Berlusconi, De Benedetti, Benetton, Gardini. E la Mediobanca muta ancora volto e assetto proprietario sotto un’offensiva sferrata nel 1988 dalla Democrazia cristiana e da Romano Prodi allora presidente dell’Iri, anche lui democristiano . Estromesso e poi rientrato grazie ai soci privati, Cuccia continua a esercitare il comando di fatto. Si dice: tale è il suo carisma che anche se cacciato in cantina comanda lo stesso sempre lui; ed è vero. Ma in realtà nulla è più come prima. Tanto meno nel decennio delle privatizzazioni, dell’apertura al capitale internazionale, dell’euro e di Mani pulite. Con Tangentopoli cade anche il sistema politico della prima repubblica insieme ai suoi rapporti incestuosi (non solo tra industria e banca, ma con la politica) verso i quali già Mattioli proprio nel battezzare la sua nuova creatura aveva messo in guardia. Gli accordi di Maastricht del 1992 vietano alle banche centrali di concedere finanziamenti privilegiati allo stato. E le banche agiscono come imprese a tutti gli effetti, anche se con regole che debbono proteggere i risparmiatori e la stabilità del sistema. Ma torniamo alla domanda iniziale: abbiamo ancora bisogno di Mediobanca? La risposta può venire guardando alle origini, o meglio ai fondamentali, anche se molte, troppe cose sono cambiate. A cominciare dal fardello del debito pubblico che assorbe risparmio privato e spiazza gli investimenti produttivi. Back to basics, dunque, è più difficile, eppure è anche più necessario per impedire una de-industrializzazione, per bloccare l’Italia della rendita, per sostenere quel che c’è e promuovere quel che ancora non c’è. Farei tre esempi eclatanti: 1- la moda ormai passata quasi tutta in mani estere; 2- la manifattura, in particolare meccanica prima voce dell’export, frastagliata in migliaia di piccole imprese che hanno bisogno di crescere e rafforzarsi, ma non dimentichiamo storie di successo come la farmaceutica o l’agroindustria, tutti settori composti ancora da micro-imprese in confronto ai colossi mondiali. E il modello dei distretti non basta più. 3- l’intelligenza artificiale. Per svilupparla e colmare il gap ci vogliono grandi capitali disposti ad aspettare prima di trovare ritorni significativi; occorrono imprese con le spalle robuste; capacità di operare sul mercato internazionale; partner e alleati a tutto tondo . Non ci sono più le paratie stagne di una volta, le banche di oggi sono tuttofare e la Mediobanca ha perso la sua peculiarità. Ma esperienza, professionalità, reputazione, rapporti internazionali, contano ancora, forse più di prima perché non è più sufficiente appoggiarsi a un solo partner sia pur del livello di André Meyer e della Lazard. La quarta vita di Mediobanca (dopo quella di Mattioli, quella di Cuccia, quella di Nagel), può cominciare seguendo le tracce delle sue origini e della sua prima vita.
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