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Rileggere “I ragazzi della via Pal” a Budapest
Il Foglio

Rileggere “I ragazzi della via Pal” a Budapest

Ieri, intervistato da Monica Perosino per la Stampa , László Kéri , politologo e sociologo ungherese, fondatore del club intitolato a István Bibó (1911-1979), il grande protagonista della democrazia ungherese e della Rivoluzione del 1956, ricordava un’ennesima volta la gioventù coraggiosa e brillante del dissidente Viktor Orbán , gramsciano ed emulo di Solidarnosc, ribelle alla dittatura sovietica, presto venduto a Putin, al gas, ai soldi, al proprio gusto del potere. Dice anche, Kéri, che “la stragrande maggioranza della società ungherese è anti-russa. Nelle piazze la gente grida: ‘Ruski haza’, Russi andatevene a casa”. Quanti di voi ricordano l’espressione “ fare l’Einstand ”? Sono i fratelli Pasztor, grandi e grossi e prepotenti, a “fare l’Einstand” al piccolo Nemecsek, portandogli via tutto il suo patrimonio di biglie. “L’Einstand è anche una dichiarazione di guerra, un’espressione breve e categorica per proclamare lo stato d’assedio, il diritto alla violenza del più forte…”. Quarant’anni dopo l’uscita dei “Ragazzi della via Pal” (1906), l’Unione Sovietica aveva fatto l’Einstand all’intera Ungheria, ai suoi macchinari, al suo uranio, al suo grano e al suo popolo, e quando altri dieci anni dopo il suo popolo ne ebbe abbastanza e si ribellò, l’ Urss lo schiacciò coi carri armati senza neanche dichiarare la guerra, e anzi giocando fino all’ultimo con l’inganno, simulando di ritirarsi e di lasciare gli ungheresi liberi di decidere da sé. Con l’inganno più sfrontato e infame: i grandi capi russi che sorridevano e mentivano ai legittimi governanti ungheresi, li invitavano a negoziare e a cenare nelle loro basi per saltar loro addosso, imprigionarli e poi passarli per le armi, come nelle più bieche congiure di corte. I ragazzi della via Pal si battono per conservare il loro campo, la loro via Gluck, e sperimentano la spavalderia dei più grossi , l’amarezza delle delazioni e dei tradimenti, la tentazione della slealtà; e però alla fine anche i più grossi rendono l’onore delle armi ai piccoli e intrepidi, anche le spie e i rinnegati tornano contriti sui propri passi, anche gli strateghi dei colpi bassi riconoscono il vero valore. La guerra sarà perduta per tutti – là dove c’era la segheria ora arriverà un casermone d’affitto, addirittura di tre piani! – ma sarà stata cavalleresca e avrà insegnato ai reduci ad affrontare la lotta e la vita, nella memoria del soldatino-capitano coraggioso, il biondino Nemecsek Ernoő . Niente di cavalleresco nella repressione della rivoluzione ungherese del 1956: al contrario, infamia e brutalità. Ora sono passati altri settant’anni, la gran maggioranza degli attuali viventi non può averne un ricordo personale, e a maggior ragione i ragazzi. Dunque, guardando le elezioni ungheresi e l’infame coalizione trumpiano-putiniana impegnata a far sopravvivere Orbán, bisognerà tenerne conto. La lettura che consiglierei loro è ancora quella: “I ragazzi della via Pal”. Dalla sua uscita sono passati centoventi anni, ma forse a qualche lettore ragazzo sembrerà appena ieri.

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