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Dal medio oriente all’Ucraina, anche l'arte ha il suo requiem
Il Foglio

Dal medio oriente all’Ucraina, anche l'arte ha il suo requiem

La cattedrale di Coventry. Le chiese di Ypres. Il Four Courts di Dublino. Il ponte di Stari Most. La biblioteca di Leuven. La moschea di Aleppo. Il tempio di Palmira. Per mostrare la distruzione portata dalle guerre e dalle violenze armate si usano, nei libri di storia – forse anche per pudicizia verso i mucchi di cadaveri – le foto di opere architettoniche colpite da bombe e carri armati , che finiscono per somigliare a moderni capricci del Piranesi. Ancora storcono lo stomaco le immagini dei Talebani che distruggono i magnifici Buddha di Bamiyan colpevoli di idolatria, o i video dei guerriglieri dell’Isis che decidono di spazzare via la porta di Nineveh, in Iraq, città menzionata nelle sacre scritture. I costi della guerra sono ampi, e una vita umana non vale un milione di mattoni, ma anche il patrimonio artistico e culturale e architettonico si merita il suo requiem, che solitamente è postumo. E così, mentre i droni svolazzano pensiamo poco ai danni al Palazzo di Golestan , o a quello di Ali Qapu , alla moschea di Abbasi Jame e a quella di al Masjed-e Jameh , al padiglione di Chehel Sotoun con i suoi intricati mosaici e i suoi affreschi coloratissimi che narrano delle vittorie contro i sultani indiani. Non pensiamo alle strutture intorno a piazza Jahan, bersagli involontari dell’operazione Epic Fury. Le cittadelle persiane, con i loro archi e le loro piastrelle turchesi ideate dagli abili artigiani armeni nel 16esimo secolo, vengono butterate dai Tomahawk. Il governo iraniano, certo, non aiuta. Non solo lanciano razzi vicino ad alcuni dei luoghi più importanti dei credi monoteisti, nella città vecchia israeliana, ma con il suo blackout imposto sulle telecomunicazioni i pasdaran evitano che i gruppi di “ monuments men ” contemporanei monitorino e verifichino i danni causati ai siti. Calcinacci polverosi sono arrivati, a Gerusalemme, vicino al Santo Sepolcro. L’Unesco ha calcolato che il conflitto, “implica 18 nazioni, dove si trovano 125 siti protetti” , e c’è allarme per i missili iraniani che potrebbero arrivare sulle case Bauhaus di Tel Aviv o nei musei di Doha o Abu Dhabi, che negli ultimi anni hanno fatto scorpacciata di opere d’arte, anche europee, aprendo succursali del Louvre e del Guggenheim. Dopo anni di soft power emiratino e saudita, c’è chi, in Francia, chiede di far tornare le opere nella più sicura Rue de Rivoli, e chi vorrebbe cancellare Art Basel 2027 in Qatar. In Libano i conservatori stanno cercando di racimolare soldi per mettere in sicurezza le rovine di Tiro e il museo archeologico di Beirut. Ma non ci si ferma al medio oriente. Uno degli ultimi massicci attacchi dell’invasore russo sull’Ucraina, a fine marzo, ha colpito il centro storico di Lviv, appena tre anni fa riconosciuto come patrimonio mondiale dall’Unesco. Anche l’ex monastero benedettino, diventato chiesa greco-ortodossa, ha subìto seri danni. Si è salvata giusto una vetrata con rappresentata la Madonna con bambino. Anche l’archivio adiacente è stato danneggiato, e i conservatori vorrebbero subito mettere al riparo i rari manoscritti e le iscrizioni medievali su corteccia di betulla. “Il patrimonio culturale non deve essere un target”, ha detto la ministra della Cultura ucraina. “Ci si nascondevano dentro dei mercenari stranieri”, hanno giustificato i russi, scusa che gli archivisti hanno subito negato. Già le truppe putiniane avevano saccheggiato musei e archivi portandosi in Crimea, stando alle stime, più di 15mila oggetti. Il presidente dell’istituto ucraino della memoria nazionale ha chiesto che la Russia venga cacciata dall’Unesco, anche perché nelle mappe dei radar i luoghi protetti sono segnalati da una bandierina blu. Future fotografie per i libri di storia.

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