Il Foglio
Ghosting . Ci penso spesso, al ghosting. A quello subìto e a quello inflitto, a quello sbadato e a quello deciso con attenzione. Ho perdonato tutti, specialmente me, io mi sono perdonata subito per tutto il ghosting che ho fatto nella vita. Lo sapevo benissimo che non c’erano altre possibilità . La gente si è ora messa in testa – con l’avvento nel nuovo millennio – che vuole soffrire come prima ma con più gergo. Quindi lo ha battezzato ghosting e adesso se da un incipit di relazione sentimentale te ne vai e non chiarisci bene nei dettagli il “ guarda non mi piaci ” che ti si legge in faccia, sei uno schifoso. Ghosting, si chiama. Ghosting è quando ti eclissi senza dare spiegazioni . Sparisci e basta. E’ il più frequente degli addii intermedi: non ci sono ancora case in comune, vite in comune, in comune c’è solo una chat telefonica in cui uno dei due aveva riposto tante speranze. La famosa solidità delle parole, proprio un bel posto per costruire, ma questo è un altro discorso e lo facciamo un’altra volta. Fatto sta che dove una volta c’era interesse whatsappesco, poi è arrivato il silenzio. Ma un silenzio non come gli altri silenzi, un silenzio da neve artica, un silenzio disumano . C’è da dire che i motivi del ghosting come di ogni sparizione sentimentale codarda ma asettica sono decine e tutti ottimi: scansare la fatica, l’imbarazzo, pavidità generica, pigrizia, egoismo, prassi consolidata . Dall’altra parte, dicono tutte le guide all’amore moderno, la faccenda risulta complessa da gestire: il silenzio a libero arbitrio dell’altro sarebbe una effettiva ferita a morte. Col sangue vero. Chi non ti risponde ti uccide, ti lascia in agonia. L’incertezza, dicono i contemporanei, è peggio delle mazzate . Sostengono le controparti, i silenziati, proprio questo: quanto sarebbe stata migliore una spiegazione! Così il Soggetto Amoroso, pur ferito nell’onore ma imbibito di motivazioni, avrebbe la possibilità di farsi una ragione e pensare ad altro. Possibilità del tutto teorica, però. Come dovrebbe andare, proviamo la simulazione del non-ghosting: Non ti amo più, mi piace quell’altro, addio! Benissimo, cordiali saluti. Poteri della conversazione a cui credo poco: mai viste parole capaci di placare un animo afflitto dai mali di un amore non corrisposto. Perché gli innamorati ghostati la fanno così facile? – mi chiedo quindi. Perché pensano che un quarto d’ora di spiegazioni ben organizzate siano in grado di fare miracoli? “Se un figlio, se almeno un figlio da te avessi avuto Prima della tua fuga, se nelle stanze giocare un piccolo Enea mi vedessi, che pur avesse il tuo viso, non del tutto delusa, non tradita sarei!” Diceva. Lui di Giove nel monito immoti teneva Gli occhi, con duro sforzo premeva in cuore il dolore. Poco, a stento, risponde: “per quanto tu valga a contarne mai, regina, potrò disconoscere i grandi tuoi meriti, mai potrà essermi grave il ricordo di Didone, fin che di me ricordi e regga il respiro il mio corpo. Sul fatto non ho molto da dirti. Non volevo, non crederlo, la fuga nasconderti, non ho mai alzato del resto la fiaccola nuziale, mai sono entrato in un simile patto”. (Virgilio, Eneide, IV) Dopo il chiarimento di Enea in partenza Didone si era sentita meglio? E’ andata così? Non mi pare. Seguì una maledizione sull’eroe e una morte tremenda della regina . E l’anatema nemmeno funzionò, per colmo di pena. Enea uscì dall’Eneide felice e trionfante. Beati dunque quelli lasciati con un messaggio, perché non hanno mai provato l’addio guardandosi negli occhi. Non ci diciamo mai la verità, questo è il guaio degli ultimi anni . Caro Soggetto Amoroso Ghostato, ma non è che nella voglia di spiegazioni cova invece la piissima illusione di una riconquista ancora possibile? Non è che lo sapevi già, che l’amore era finito, l’avevi bell’e capito ma volevi l’ultima possibilità? Quando mai la verità ha avuto effetti calmanti sull’amore? Roland Barthes aveva già avvertito: il Soggetto Amoroso non ha interesse a sapere, vuole interpretare all’infinito . Vuole il supplizio del senso. E allora che cos’è questa richiesta di chiarimento, questo appello all’udienza finale? Come farai poi ad amministrare civilmente un’umiliazione, cioè la tua, Soggetto Amoroso? Quando si saranno alleviate sempre piú le schiavitú inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtú eroiche dell’uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l’amore non corrisposto, l’amicizia respinta o tradita, la mediocrità d’una vita meno vasta dei nostri progetti e piú opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose. Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano mette le pene d’amore non corrisposto tra le tragedie primarie. Una tragedia primaria sparisce parlandosi? Siamo seri. La risposta a “ perché non mi vuoi più? ” la conoscono pure i bambini ed è sempre lei: perché no. Un “non ti amo più” può essere cauto e generoso? Io voglio che resti, mica la spiegazione di perché te ne vai. Davvero non è crudeltà, il ghosting. Per la crudeltà devi interessare, serve applicazione, lambiccarsi il cervello come fa Edmond Dantes . Il problema del ghosting, semmai, è che ci offende a morte. Io, proprio io, narcisista però buono, perché vengo non-considerato? Non sopportiamo che una storia finisca senza la sua morale, questo è. Ma lasciamo da parte lui, il Sas, il Soggetto Amoroso Silenziato , e consideriamo il tutto. La grande cultura dei rapporti alla fine gira attorno a questo punto. Proust ha scritto ottomila pagine di Recherche per concludere che l’amore è soprattutto un dispositivo di immaginazione persecutoria. Barthes che l’innamorato è una macchina che produce attese (cosa fa l’innamorato? aspetta). Freud , negli intermezzi romanzeschi, dice che la perdita non si elabora mai in modo lineare ma tornando ossessivamente sull’oggetto perduto come una lingua su un dente rotto. E allora davvero pensiamo che basti una motivazione ben confezionata per far cessare la coazione? Ultimo elemento dell’analisi del ghosting: nessuno lo rimarca, ma c’è anche una crudeltà inaudita nel chiarire . Il silenzio è pure una forma di sollievo. Lascia aperto uno spiraglio di ossigeno così la vanità può ancora respirare. La vanità ne ha salvati più della penicillina . Davanti a un silenzio inspiegato uno può dirsi: forse è successo qualcosa, forse tornerà, forse non sa come fare, forse soffre anche lui, forse mille cose. Il presepe delle possibilità, che è infantile, sì, ma è meglio di niente. Poi certo, tocca farsene una ragione. La differenza – enorme – è che una ragione dentro il silenzio te la fai lentamente, a misura di nervi. Le spiegazioni, invece, spesso arrivano truccate da gesto etico, dure come una trave, e finiscono per essere un’ultima esibizione di potere: io so, io ho capito, io comando la fine, io ti dico chi sei stato per me e perché adesso non sei più niente . Io solo ho potere su questo nostro amore, sono qui e ti rompo i denti, se permetti, con gentilezza. C’è qualcosa di insopportabilmente gerarchico nelle rotture argomentate. Ma chi le vuole? Tenetevele. Siamo così arrivati alle conclusioni. E le conclusioni sono che c’è una sola domanda che vale la pena farsi, pure mille volte finché uno non se la ficca bene in testa: Esisterà mai un limite alle crudeltà di cui è capace il disamore? No. E’ proprio vero, aveva ragione Pavese, meglio non pensarci, perché se uno ci pensa, c’è da venire matti.
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