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Mondo e poltrone di Emilio Ambasz. Un saggio
Il Foglio

Mondo e poltrone di Emilio Ambasz. Un saggio

Nel 1971 Alighiero Boetti decide di sdoppiarsi per sempre in Alighiero e Boetti: l’identità privata e l’identità pubblica, l’ordine e il disordine . La moltiplicazione del sé che si esplicita in un fare artistico condiviso e collettivo che nasce da collaborazioni e anche dalla capacità di delegare la pratica e gli strumenti del fare artistico. Un discorso che sembra essere pienamente colto anche dal grande architetto e designer argentino Emilio Ambasz: “Emilio incarna l’architetto visionario, e Ambasz il pragmatico industrial designer” . Nel video dello Studio Azzurro Ambasz appare sdoppiato, si vede così Emilio in luce e Ambasz in ombra. La pratica del fare in Ambasz si traduce immediatamente nella pratica dell’invenzione, nel dare forma non solo a degli oggetti, ma a una strumentazione adeguata alla loro produzione prima che al loro uso. Il bel saggio di Elena Dellapiana, Il design di Emilio Ambasz (Quodlibet) va a colmare una lacuna teorica sulla produzione industriale di Ambasz che nel 1972 curò presso il MoMA di New York, Italy: The New Domestic Landscape, la mostra che fece del design italiano un riferimento in tutto il mondo . Ma più che una forma di risarcimento, Il design di Emilio Ambasz rappresenta uno svelamento, la rivelazione di un designer capace di applicarsi a multipli aspetti del disegno, arrivando così a registrare numerosi brevetti di progettazione industriale e meccanica. Il disegno del corpo del futuro oggetto è attraversato dallo sguardo di Ambasz che ne ricerca una forma che sia pratica al punto da favorire un’invenzione capace di trasformare efficacemente il funzionamento dell’oggetto stesso. L’innovazione è facilitazione così come l’elaborazione teorica è condivisione di una pratica. La forma è la naturale conseguenza del suo uso, così come la sua poetica deriva direttamente dal discorso che per Ambasz è sempre anche fortemente pratico: “Detesto scrivere teorie, preferisco scrivere favole” . Elemento cardine della sua produzione, disegnato insieme a Giancarlo Piretti, è la sedia Vertebra: “La mia idea era che, fondamentalmente, il designer dovesse ingegnerizzare i suoi prodotti”, Ambasz rifiuta così fortemente la nomea di artigiano. Il suo lavoro prende avvio dallo sviluppo degli strumenti necessari per raggiungere la definizione del prodotto, un tragitto che oltre che condiviso viene concepito insieme all’azienda produttrice. La sedia Vertebra entra in produzione nel 1979, la ditta Castelli la lancia con una campagna che già sembra presagire l’avvento degli anni Ottanta in Italia: “La libertà si è seduta” slogan tanto efficace quanto emblematico di un cambio di passo, anche poetico. Anche in campo automobilistico si esercita lo sguardo di Ambasz e lo fa rivoluzionando il concetto di automobile a partire dalla sua funzionalità più che dalla sua apparenza . Praticamente una sedia in movimento, un’automobile comoda e funzionale più che potente e appariscente. Ma è troppo presto e in parte l’occasione sfuma, sopratutto per un mondo dell’auto oggi in grave crisi, forse più che altro proprio creativa.

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