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La modernità nasce come progetto erotico. Filosofia dell’amore e del desiderio
Il Foglio

La modernità nasce come progetto erotico. Filosofia dell’amore e del desiderio

“Com’è il tuo cuore, così è il tuo dio”, scriveva Feuerbach in un testo minore. Non si esaurisce mai il tema dell’amore, benzina per sonetti ed epigrammi, cinema e romanzi, balletti e musical, cartoline e scritte sui muri. Più dei soldi, più della natura. E anche se non si esaurisce mai, l’amore cambia, cambia rispetto a come è organizzata la società. Non certo nell’intensità dell’emozione, ma qualcosa col tempo muta, rispetto a come lo viviamo in quanto esseri. “Siamo moderni non perché disponiamo di tecnologie avanzate” o perché viviamo in dense metropoli, o perché come popoli ci siamo mescolati “come non era mai successo prima, ma perché abbiamo dato all’amore un posto che non avrebbe mai avuto nella storia umana”. Lo scrive il professore parigino-marchigiano Emanuele Coccia nel suo nuovo libro " Il continente ignoto ", uscito in Italia per Einaudi Stile Libero. “La modernità nasce come un progetto erotico bicefalo”, dice Coccia, ed è l’amore stesso a esser stato motore di modernità. Dopo gli angeli e le cose, dopo le piante e la casa, Coccia prende di petto il grande tema da cui nessun filosofo è mai riuscito a fuggire. Perché oggi l’amore ha il ruolo che ha?, si chiede Coccia. Perché di colpo “gli affetti domestici e le relative conseguenze psichiche ed emotive sono diventati il fondamento dello statuto sociale e dell’identità degli individui”? Che ruolo ha la solitudine nell’era del capitalismo? Ma Coccia, pascolando tra Eva Illouz e Charles Taylor, tra Senofonte e Freud, non si limita a far domande – che è quello che di solito fanno i filosofi. Prova anche a dare delle soluzioni per vivere bene (in fondo Coccia, a differenza della maggioranza degli apocalittici, è un vero raro ottimista che vede negli smartphone una rivoluzione per trasformare le case in mondo, visto che nazioni e popoli sono passé). La democrazia diffusa e la rivoluzione industriale hanno un ruolo chiave nella comprensione dell’evoluzione dell’amore, che per secoli “ha avuto regole diverse da quelle che conosciamo”. Amore che deve diventare il mezzo per costruire noi stessi e la società. Amore che cambia l’idea di famiglia e che cura la solitudine, come si è visto dal passaggio in Tv da sitcom come I Robinson o Casa Keaton a serie come Friends o Seinfeld, dove si vive insieme anche se non ci sono legami genealogici o di sangue – “rinnovata forma di esperienza cenobitica”. Il futuro come monastero con Chandler e Ross e Rachel? Solo se si finisce a San Marco, a Firenze, a dormire sotto gli affreschi di Beato Angelico. “L’amore per gli altri esseri umani e le cose che costruiamo”, scrive il filosofo, “diventa il mezzo di identificazione, di liberazione e di perfezionamento di ogni individuo”. Ed è placando la ferocia tra lavoro e famiglia, apparentemente incompatibili – basta parlare con chi ha figli – che possiamo ritrovare “il bene comune dell’umanità e del mondo”. Troppo a lungo, soprattutto in quest’ultimo secolo e mezzo, ci è stato detto che il lavoro non può essere “una forma di cura per i propri cari” e viceversa, che la famiglia deve essere “uno spazio di affetti che non devono essere contaminati dal desiderio per gli oggetti o dalla logica della proprietà”. Che si facciano da parte Marx e Marie Kondo! Se l’impresa, se il lavoro, si mescolano con la famiglia, al suo interno entrerà “una logica di solidarietà che ne è solitamente esclusa per principio”. Economia è famiglia, e viceversa. E non lasciamoci poi troppo incantare dalle facili soluzioni guerrigliere – ma nemmeno dalle panacee dal sapore new age. “Il matriarcato non è meglio del patriarcato”, ha precisato Coccia in un’intervista alla Stampa, “sono due inferni”.

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