Il Foglio
Claudio Descalzi non usa mezzi termini. Alla Scuola di formazione politica della Lega, riunita a Palazzo Rospigliosi, l'amministratore delegato di Eni ha messo sul tavolo i numeri di una crisi energetica che, dice, non ha precedenti recenti : 4,5 milioni di barili di prodotti mancanti, altri 12 milioni di greggio fuori mercato, 600 stazioni di servizio Eni rimaste senza gasolio nel solo fine settimana scorso. "Quello che è successo nel Golfo è l'evento più importante degli ultimi quarant'anni dal punto di vista della caduta dell'offerta", ha detto . Il cuore del ragionamento di Descalzi è semplice: l'Italia e l'Europa si trovano a pagare oggi le incongruenze accumulate in vent'anni di politica energetica. "Non abbiamo nostro grezzo, non abbiamo raffinazione potente – ha detto – e quando ci sono emergenze non possiamo più dire andiamo in Germania o negli Stati Uniti". Il problema, ha insistito, non sono i prezzi. Sono i volumi. Sul fronte petrolifero, il quadro che traccia è a geometria variabile. Le benzine tengono. Il greggio c'è, ma bisogna avere le raffinerie per processarlo e l'Italia non ne ha di adeguate. Il diesel-gasolio richiede di competere con altre aree del mondo in un mercato già contratto. Il punto più critico, però, è il jet fuel: "L'Europa ha un gap e deve importare il 35% del carburante per aerei – ha spiegato Descalzi – bisogna capire come lo si trova e a che prezzi" . Una voce che riguarda direttamente le compagnie aeree, i voli, i costi dei biglietti. E, a cascata, la mobilità di decine di milioni di persone. È sul gas, però, che Descalzi lancia la proposta più netta, e politicamente più forte. Il primo gennaio 2027 scatta il ban europeo sui 20 miliardi di metri cubi di gas russo che ancora arrivano in Europa . Una scadenza su cui Bruxelles ha lavorato a lungo, e che per molti governi rappresenta un punto fermo del disaccoppiamento energetico da Mosca. Descalzi chiede di sospenderla. "Chi andrà a produrre questi 20 miliardi in più?", ha domandato retoricamente. "Dal Qatar ci mancano già 6,5 miliardi di metri cubi, e sì, fra Congo, Nigeria, Angola e America li rimpiazziamo ma i 20 miliardi russi sono un'altra storia" . L'argomento è tecnico. Il gas, nel sistema elettrico europeo, svolge una funzione che le rinnovabili non possono svolgere: garantisce la flessibilità della rete. I pannelli solari e le pale eoliche non si accendono e spengono a comando. Il nucleare, che l'Italia non ha e che comunque richiederebbe tempi di switch-off ben più lunghi, non è una soluzione a breve termine. "Del gas abbiamo bisogno, bisogna rendersi conto di queste cose", ha detto Descalzi. "Abbiamo una società che vive con questo gas". La seconda proposta è la sospensione dell'Ets , il sistema europeo di scambio delle quote di emissione che grava sull'industria pesante. "Va rivista, non dico tolta ma sospesa", ha detto. La metafora che ha usato davanti alla platea leghista è drittissima: "Sospendiamo un attimo di darci martellate in testa. Riprendiamo dopo, quando abbiamo l'elmetto". Il senso è che in una fase di emergenza dell'offerta, aggiungere pressione fiscale sui settori industriali già colpiti dall'aumento dei costi energetici equivale a peggiorare la crisi in nome di principi che, per quanto condivisibili nel lungo periodo, non reggono all'urto del presente. "Non si può essere radicali e dogmatici su tutto", ha concluso. "C'è una situazione straordinaria, lavoriamo per affrontare questa situazione straordinaria". Le parole di Descalzi arrivano in un momento in cui il governo italiano sta già spingendo in direzione analoga a Bruxelles, chiedendo flessibilità sulle scadenze della transizione. Ma il peso dell'ad di Eni che chiede pubblicamente, davanti a un partito di governo, di sospendere due pilastri della politica climatica europea non è solo una proposta tecnica ma anche un segnale di quanto sia cambiato il clima nel dibattito energetico dopo gli eventi del Golfo.
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