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Eterno Miles Davis. Cent’anni dalla nascita della leggenda dell’Illinois
Il Foglio

Eterno Miles Davis. Cent’anni dalla nascita della leggenda dell’Illinois

Prima di consultare le inesorabili fonti biografiche credevo che la vita di Miles Davis fosse durata di più, ma in realtà si tratta “solo” di 65 anni: dal 1926 al 1991. E’ curioso perché, da quando la musica è diventata una passione viscerale, l’ho sempre sentito nominare con la stessa devozione con cui si evoca un nume tutelare e di conseguenza l’ho continuamente sentito aleggiare. Perciò, per quanto mi riguarda, è come se, in realtà, non fosse morto, perché se si desidera rappresentare un intero, più che secolare, movimento musicale con un album – il famoso unico album da portare nell’isola deserta – è da molto tempo che, gira e rigira, gli appassionati finiscono quasi sempre per citare “Kind Of Blue” , indipendentemente dal fatto che il disco abbia ormai 67 anni. Segno incontrovertibile d’una ben percepibile aura d’immortalità e, al contempo, prova inconfutabile della validità dell’affermazione che i grandi artisti sopravvivono ben oltre il termine naturale della loro esistenza. A questo proposito parecchi jazzofili sostengono che, a ben guardare, dopo “Kind Of Blue”, cioè dal 1959, non c’è stato nessun album così tanto impattante nella storia del jazz, tenuto conto anche del fatto che quel disco, tra le varie inestimabili qualità, contiene pure la grande fioritura di John Coltrane (anche lui nato nel 1926 e di cui, come per Miles Davis, ricorre il centenario della nascita), l’uomo che produsse l’altra pietra d’angolo degli “album da isola deserta”: “A Love Supreme”. Parecchi jazzofili sostengono che dopo “Kind Of Blue”, cioè dal 1959, non c’è stato nessun album così tanto impattante nella storia del jazz Così se si vogliono coniugare insieme i due più grandi innovatori della storia del jazz, è per forza necessario attingere dalla discografia di Miles Davis, visto che nella sua formazione ha militato John Coltrane , come del resto hanno militato tutti i grandi musicisti di jazz “moderno” che possono affiorare alla mente: Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jake Dejonette e pure Keith Jarrett. Con lui hanno suonato tutti i grandi musicisti di jazz “moderno”: Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jake Dejonette e pure Keith Jarrett Perciò in ogni musica un poco “colta” che si ascolta, visto e considerato che ormai sono state abbattute le barriere che separano, per esempio, il jazz dalla musica classica, per confluire in un più democratico stato di musica contemporanea, si finisce prima o poi per assaporare un aroma milesdavisiano e inevitabilmente ci si chiede: “Ma come accidenti ha fatto la sua influenza ad arrivare sino a qui?”. Beninteso ce lo si chiede a trentacinque anni dalla sua morte, cioè, come si suol dire, “a bocce ferme”, ma dev’essere stato piuttosto disorientante cercare di seguire gli intendimenti del musicista mentre era in piena attività, anche (e forse soprattutto) per coloro che avevano fatto del jazz la propria religione: chessò, per esempio, Arrigo Polillo nel momento in cui ascoltò per la prima volta “Bitches Brew”. “La pratica utilità dell’operazione di allineamento coi gusti del grosso pubblico apparve subito evidente: mentre di ciascuno dei suoi ultimi dischi non si erano vendute più di 25.000 copie, ‘Bitches Brew’ nel 1970 raggiunse in pochi mesi il mezzo milione di esemplari, provocando una reazione a catena che si protrasse a lungo” (Arrigo Polillo, Jazz). E’ evidente come una simile considerazione sia ambivalente: si percepisce innanzitutto il biasimo per aver oltrepassato il tanto concionato confine della “musica commerciale”, ma al contempo il critico non può fare a meno di ammettere l’assoluto pionierismo di Miles Davis per aver tracciato per primo la via del jazz rock che, sino alla fine degli anni 80, fu un filone seguitissimo e che, ancora oggi, sotto il non meglio identificato termine fusion (fusione di che cosa, di preciso?) identifica determinate branche della musica che, in genere, si possono ascoltare a Radiotre a ore antelucane. Così si può dire che, nonostante il biasimo di Arrigo Polillo sulla commercialità, “Bitches Brew” di Miles Davis ha dato il via a un genere musicale che oggi prosegue lungo la via della pura non commercialità, ovverosia l’esatto contrario di ciò che all’inizio appariva, consegnando alla musica di Miles Davis persino (e chi se l’aspettava?) un significato kantiano. “Bitches Brew” ha dato il via a un genere che oggi prosegue lungo la via della non commercialità, ovvero il contrario di ciò che appariva all’inizio In questo senso l’idea musicale di Miles Davis rappresenterebbe la celebre “cosa in sé”, mentre i suoi album, “Kind Of Blue” o “Bitches Brew” appaiono solo come manifestazioni illusorie della medesima cosa in sé. Ciò che, se si dovesse usare uno slang afro-americano, potrebbe essere pronunciato in questo modo: “Questa è solo musica baby, mica c’entra un accidente con la mia vita”. Ed è indubbio che la creazione d’una simile illusione a uso e consumo di chi scrive di musica (come, del resto, anch’io sto facendo) abbia molto a che fare con il genio. D’altro canto Davis sapeva usare molto bene la musica: “Beh, a un certo punto ho riflettuto sul rock e mi sono reso conto che quei musicisti vendevano un sacco di dischi e, nella maggior parte dei casi, non sapevano neppure leggere uno spartito e mi sono detto: ‘Se quelli raggiungono con la loro musica così tanta gente senza sapere di preciso ciò che stanno suonando, io dovrei farcela piuttosto facilmente visto che so esattamente quello che sto facendo’. Il successo di ‘Bitches Brew’ è tutto qui”. E giusto per rincarare la dose: “A un certo punto è necessario cambiare. Io non ho mai avuto paura di cambiare, ma c’è stato un momento che il cambiamento è stato così veloce che i giornalisti musicali non sapevano più che pesci pigliare e così han cominciato a parlar male dei miei album. Ma sinceramente a me dei critici musicali non è mai importato nulla, perciò sono andato avanti per la mia strada”. Ancora una volta la reazione a simili affermazioni avrebbe potuto essere ambivalente, così come Polillo era stato ambivalente su “Bitches Brew”. In altri termini si poteva scegliere se cercare di colpirlo con un diretto destro alla mascella, del resto gesto da compiere con molta prudenza, visto che Miles Davis era pure un fremente appassionato di pugilato e, a detta di molti, abilissimo nelle schivate e nei rientri, oppure abbassare la testa e ammettere che il grande artista conosce da solo la direzione, prendendo a prestito, in questa caso, una frase del Drago, Enzo Ferrari: “Un genio impara solo da sé stesso e un talento impara dagli altri”. Al tempo stesso c’erano da considerare frasi che non riguardavano solamente la musica: “La contropartita di ‘Bitches Brew’ e di tutti gli altri esperimenti è la conquista della simpatia del grosso pubblico giovanile, prettamente bianco, a cui si presenta ormai in pittoresche tenute hippy, avendo messo in solaio il raffinato guardaroba di stile italiano che lo aveva contraddistinto negli anni dell’hard bop e che quel suo nuovo pubblico avrebbe considerato provocatorio” . Quindi l’estensione dell’incomprensibilità davisiana coinvolgeva pure il lato estetico della persona, chiaramente illustrata dalle foto di Jon Simon o Irving Penn che lo immortalarono alla fine degli anni 80. Probabilmente Arrigo Polillo non avrebbe scritto queste parole se, con il tempo, avesse avuto la possibilità di metabolizzare, per esempio, il fenomeno “Thriller” di Michael Jackson , perché, in realtà, le sembianze verso cui si dirigono alla fine di tutte le trasformazioni le mutevoli fisionomie di Jackson sono proprio i connotati di “non-figura” che contraddistinguono Miles Davis, quasi fosse un’immagine preconizzatrice, alla fine della sua carriera e, verosimilmente, della sua vita: un essere non fisiognomicamente del tutto definito che produce musica. Così la fisiognomica apre per Miles Davis persino un orizzonte di immortalità, che non riguarda il suo post mortem, come del resto accade per tutti i grandi artisti, bensì il tempo antecedente alla sua nascita, perché, per motivi incomprensibili, le fotografie che lo immortalano, come dice Arrigo Polillo, nel suo periodo hippy lo fanno assomigliare alla temuta iconografia che di solito s’attribuisce alla divinità hoodoo (o voodoo?) che regge sulle sue spalle l’intera storia della musica afro-americana: Papa Legba. E’ la divinità degli incroci, quella del patto faustiano che continua a essere appiccicata alla celeberrima figura di Robert Johnson e a quella meno celebre di Tommy Johnson. Certo, abbiamo vissuto abbastanza questioni nella vita per sorridere del patto faustiano, tuttavia questa è una mera faccenda di aura. Se si scende nelle pianure del Sud degli Stati Uniti, dove è talmente umido che l’aria si avvolge in gorghi di calore, può accadere che da quei mulinelli compaiano delle figure strane e così, per il principio di dare un nome alle cose, a una di quegli estemporanei simulacri sia stato imposto l’appellativo di Papa Legba e che a esso venga pure associato un volto che, per motivi insondabili, s’avvicina molto a quello di Miles Davis immortalato sulle copertine di alcuni dei suoi album degli anni ‘80: “You’re Under Arrest”, “Tutu” e “Doo Bop”. Così se ci si reca nei luoghi più remoti del Delta del Mississippi, in località che conservano nel nome (perché il nome è importante) il legame coll’Africa (Itta-Bena, Tchula, Nitta-Yuma, Lula) e si mostra a qualche afro-americano la serie di foto che Irving Penn scattò per copertinare “Tutu”, lo sguardo dell’osservatore s’inquieta tanto che, turbato, si allontana senza proferire alcuna parola. Per questo, pur attribuendo al libro “Jazz” di Arrigo Polillo un ruolo quasi evangelico, perfetto per assecondare la passione viscerale per la musica afro-americana, è talvolta necessario prenderne un poco le distanze e, con garbo, rigettarne alcune affermazioni, perché in realtà Miles Davis non è realmente nato ad Alton, Illinois, il 26 maggio del 1926. Quella è stata solo una semplice manifestazione fenomenica, perché la benedetta “cosa in sé”, Miles Davis, esisteva già da prima della sua nascita, così pure è del tutto fenomenica la sua morte, il 28 settembre 1991, a Santa Monica, California. La sua nascita è stata una semplice manifestazione fenomenica perché la benedetta “cosa in sé”, Miles Davis, esisteva già da prima In realtà Miles Davis continua a esistere, così come, a ragione, sostengono gli appassionati quando abbassano la puntina sul primo solco di “Kind Of Blue”, premono il tasto play del lettore cd o, obtorto collo, danno l’invio su Youtube o Spotify: “E’ straordinariamente bello, sembra quasi che lo stiano suonando qui, in questo momento”. E, in fondo, è proprio questa l’essenza ultima di Miles Davis.

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