Il Foglio
Salendo le scale del Maxxi, a Roma, per andare a vedere la mostra (aperta ancora fino al 26 aprile) dedicata a Franco Battiato, ti raggiunge la sua musica e non puoi, proprio non puoi non accennare passi di danza mentre stai ancora sui gradini. Voglio vederti danzare… dice una contagiosa canzone del 1982, come le zingare del deserto… come le balinesi nei giorni di festa. E non importa se dietro di te ci sono altre persone, ti metti a dondolare, come faceva lui, Franco, e muovi un po’ i fianchi e tiri le braccia verso al petto e poi le distendi in avanti. E quando la canzone dice e gira tutto intorno alla stanza mentre si danza, danza… ecco che, arrivata in cima, fai un giro su te stessa, proprio non puoi resistere, perché da qualche parte ad accompagnarti nella visita ti arriva la sua voce confortevole, delicata, percorsa appena dall’inconfondibile inflessione siciliana che la rende ancora più tenera. La mostra, poi, la vedi velocemente. S’intitola Un’altra vita , curata da Giorgio Calcara - autore anche del recente libro Battiato svelato (edito da Rai libri) con la collaborazione della nipote dell’artista, Grazia Cristina Battiato, che ha messo a disposizione oggetti e ricordi. I quadri dipinti da lui, per esempio: ritratti, autoritratti, i dervisci rotanti come nella pittura di Aldo Mondino, sufi dai tipici sikke in testa. Ci sono i suoi strumenti musicali, tappeti orientali, la tavolozza, tubi di colore spremuti, pennelli, copertine storiche dei suoi dischi. Libri sapienziali. E un prezioso paravento che teneva nella veranda dove lavorava, come si vede in tante foto e video: di legno e vetro istoriato a tre ante, chissà da dove viene, sembra orientale. Materiale preso da Villa Grazia, a Milo, sull’Etna, una cinquantina di minuti da Catania. Una villetta senza pretese, semplice. Grazia era il nome di sua madre, Grazia Patti, l’unica donna di cui era stato innamorato, diceva scherzando, ma non troppo. Quando si era ammalata di Alzheimer l’aveva accudita personalmente. Ed era stato vicino fino alla fine all’amico filosofo Manlio Sgalambro, morto nel 2014 - i suoi libri sono pubblicati da Adelphi - cui nel 1993 dopo un incontro casuale aprì le porte della musica leggera. E fu così che Sgalambro, sicilianissimo anche lui, divenne paroliere suo e di Patty Pravo, Alice, Celentano, Milva… nonché si avventurò a cantare sul palco con lo stesso Battiato, che sembrava non poter più fare a meno di Manlio. Inseguire e dare voce alle proprie diverse personalità, passioni, inclinazioni era un’altra caratteristica di Battiato, forse persino contagiosa. Qualcuno sostiene che una delle sue canzoni più belle, La Cura, la compose per la madre, scomparsa nel ’94 (la canzone è del ’96), altri giurano che invece fosse dedicata a un altro amico siciliano, lo scrittore Gesualdo Bufalino, scomparso proprio in quell’anno. Ma non ha importanza, quello che conta è l’armonia con l’universo, l’amore che esprime attraverso la musica e le parole. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore / dalle ossessioni delle tue manie / supererò le correnti gravitazionali/ lo spazio e la luce per non farti invecchiare / e guarirai da tutte le malattie / perché sei un essere speciale / e io, avrò cura di te… Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza / percorreremo assieme le vie che portano all’essenza / …Ti salverò da ogni malinconia / … io avrò cura di te… Nel notevolissimo film uscito in febbraio, Franco Battiato. Il lungo viaggio, del regista Renato De Maria e interpretato dall’impressionante - per bravura e somiglianza - Dario Aita, quella canzone è ispirata alla madre, interpretata da Simona Malato. Una madre che lo ha capito profondamente, e gli è sempre stata vicino pur lasciandolo libero. L’unica donna con cui sia riuscito a convivere (per un periodo a Milano, dopo l’infanzia siciliana), anche se sempre Battiato ha saputo stabilire con l’altro sesso rapporti profondi, di collaborazione professionale e amicizia. Con le cantanti Giuni Russo e Alice, e con la scrittrice zurighese Fleur Jaeggy. Si coglie benissimo nel film la determinazione del giovane musicista ad avere successo, per poi liberarsene, almeno liberarsi degli aspetti invasivi e distruttivi del successo, la sua stupefacente sensibilità e preveggenza ai limiti dell’extrasensoriale, le sue qualità di maestro involontario sempre alla ricerca, lui, dei suoi maestri, la passione per le religioni nel senso del sacro sotto ogni sua forma, i viaggi alla ricerca di spiritualità consonanti, la generosità e la curiosità che lo portarono a esplorare interessi variegati senza mai davvero allontanarsi da se stesso, dalla sua vera essenza, per dirla con le parole di una canzone. E uno di questi tanti interessi fu l’editoria. Era la metà d’aprile del 1988. Battiato aveva fondato tre anni prima, con il filosofo Henri Thomasson e il grafico Enrico Messina, una casa editrice che pubblicava autori vicini al suo cuore e alcuni dischi, con l’appoggio tecnico e la distribuzione della Longanesi. Erano già usciti sei testi. Il primo era stato Vedute sul mondo reale, del mistico e musicista greco-armeno G.I.Gurdjieff, e ne stava per uscire un sesto di Thomasson, Prima dell’alba, che è un diario sugli insegnamenti di Gurdjieff, maestro spirituale fra i più amati da Battiato e di cui l’Ottava avrebbe poi pubblicato in due tomi anche I racconti di Belzebù al suo piccolo nipote. Pure il nome della casa editrice risaliva a Gurdjieff, alla sua “legge dell’ottava” che è una teoria della diffusione dell’energia nell’universo molto vicina a leggi musicali. Ossia: “Ogni processo di sviluppo o cambiamento nell’universo non è lineare, ma vibra e si evolve attraverso sette stadi, come le note musicali, prima di raddoppiare la frequenza all’ottavo stadio”. Capito? Io non tanto, ma così mi spiegò Battiato in persona, quando in quell’aprile degli anni Ottanta andai a intervistarlo per il Messaggero, nel suo studio di via Lusardi, che era anche casa sua a Milano. Era appena uscito un suo nuovo disco, Fisiognomica, quello che in copertina ha una foto di lui bambino con le orecchie a sventola e i denti storti. Mi trovavo invece di fronte a un uomo affascinante, magro, altissimo, elegante nella giacca chiara e larga, molto professionale, che non aveva l’aria di scrutare la mia fisiognomica per decifrare il mio carattere e il mio grado di evoluzione spirituale, come predicava quel brano. Poi io ero lì per parlare di editoria, la sua ultima passione che non lo portava minimamente lontano da sé ma si collocava coerente nel suo viaggio terreno di uomo alla ricerca del Sé ulteriore. Era accogliente: “Sono in un momento molto buono della vita” mi disse come per rassicurarmi. “Fisiognomica fa un salto significativo rispetto alla produzione precedente”. Mi stupì che ne parlasse come si trattasse di un divano dal nuovo design, più comodo e confortevole, e tornai a parlare di libri. Tenne allora subito a precisare che “Gurdjieff non è quel lestofante descritto da Pietro Citati nel suo libro su Katherine Mansfield. E’ stato un personaggio importantissimo, un maestro che ha saputo mescolare varie tradizioni, capace di spiritualità e di senso degli affari”. Resto di nuovo sorpresa, ma presto capisco: la contraddizione è solo apparente, come dimostrava la vita e la personalità dello stesso Battiato che ha saputo mescolare al misticismo una carriera musicale di grande popolarità capace di portare a un vasto pubblico concetti spirituali spesso ostici. Così gli chiesi di spiegarmi cosa lo attraeva, più di tutto, nei mistici. “M’interessa l’intelligenza speculativa di chi sa vedere e prevedere. La critica ha emarginato la straordinaria intelligenza dei mistici a favore della filosofia. Ma credo che la mistica sappia guardare più lontano e più profondo della filosofia”. Mi disse anche che il suo amore per i libri era nato quando, giovanissimo, si era imbattuto nella letteratura europea fra Ottocento e Novecento, “in particolare tedesca”. E io credetti di capire che da questa passione fosse scaturita l’amicizia con Roberto Calasso che dal ’71 era direttore editoriale dell’Adelphi. “No no, non sapeva nemmeno che fossi un accanito lettore dei libri che pubblicava, quando ci conoscemmo. Fu per caso. E del resto sono un irregolare. Nelle amicizie come nelle passioni culturali. Mi può succedere, come mi è accaduto realmente con Tommaso Landolfi, di leggermi dieci libri di seguito di un autore, o al contrario di non seguire nessuna sistematicità. Quando mi presi una cotta per la chiromanzia, ho divorato cinque volumi sul tema in una sola notte”. Ma ciò che rimase fondamentale per me di quella intervista fu un insegnamento che mi regalò casualmente (non credo che sapesse fossi la scrittrice di un primo romanzo). Però forse è vero che nulla è casuale. Mi disse: “Ciò che conta è scrivere o fare musica solo se si è fortemente motivati, se la spinta interiore è irrefrenabile, non per divertimento o per intraprendere una carriera. Perché se no di noi non resterà nulla”. Lo rividi solo nel 2009 per un concerto al teatro Sistina di Roma accompagnato dall’ormai inseparabile Sgalambro che recitava in piedi, mentre Franco, meno magro di come lo ricordavo e con gli occhiali, ma sempre con una larga giacca addosso e senza scarpe, cantava la sua musica questa volta più elegiaca, comunque potente e coinvolgente, seduto su un tappeto orientale, fermo a gambe incrociate e facendo danzare un poco le braccia. E al Maxxi mentre vagavo fra i suoi oggetti e a un certo punto sono entrata dentro uno spazio molto buio in cui si proiettavano suoi vecchi video, e mi è venuto in mente quel suo fare composto, ormai lontano dai contagiosi movimenti delle gambe e del viso appuntito dal grande naso severo - lo stesso di Giorgio Gaber che fu fra i primi a scoprirlo - quando cantava cerco un centro di gravità permanente oppure cuccurucucù, paloma. E mi sono messa a ballare anch’io come facevano tutti dentro quella stanza. Non si poteva resistere. Dopo, negli anni, sono venuti testi musicali come Prospettiva Nevski e certo non ci si può dimenare dentro la dolcezza di quel brano e fra parole definitive quali e il mio maestro mi insegnò com’è difficile / trovare l’alba dentro l’imbrunire. Sempre più vicine all’Inneres Auge, l’occhio interiore celebrato così in quell’album: la linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito. E nel video di Inneres Auge gli esseri umani stanno giustamente immobili, Franco più di tutti. A muoversi è la natura intorno, fino alla riconciliazione finale del canto: mi basta una sonata di Corelli perché mi meravigli del Creato. Ecco un’altra frase in cui c’è tutto Battiato. Inneres Auge è del 2011. Ancora sei anni e, dopo trenta album, migliaia di concerti e decine di riconoscimenti, compreso il Premio Stockhausen nella giovinezza quando si muoveva alla ricerca di nuove sonorità, Franco sorprende tutti ritirandosi dalla scena pubblica. Nel 2015 era inciampato in palcoscenico rompendosi il femore. Esce poi un album testamento Torneremo ancora, in cui la sua voce non è più la stessa, sembra un poco sfocata: la vita non finisce / è come sonno / la nascita è come il risveglio / Finché non saremo liberi / torneremo ancora… Il suo manager, Franz Cattini, a chi gli chiedeva se fosse una malattia a costringerlo al ritiro, rispondeva: “Non possiamo dire che stia male, quando lo sentiamo al telefono dice di stare bene. Ma non sta sufficientemente bene da poter essere qui a parlare con tutti noi”. Cosa stava accadendo? Si parlò di malattia degenerativa, come quella della madre. Vedeva sempre meno persone. Sgalambro morì novantenne nel 2014. Accanto a Franco restarono i familiari e tre amici molto spirituali, di quelli che piacevano a lui, Juri Camisasca, padre Orazio Barbarino e il monaco Guidalberto Bormolini. Quelli che “danno senza farsene accorgere. E’ questo l’amore”: era un suo credo. Intanto le condizioni fisiche degeneravano rapidamente, soprattutto dal 2017, anno di una brutta caduta in casa che gli procura la rottura di un femore e del bacino. E’ anche l’anno della morte di un altro grande amico musicista, che era stato il suo insegnante di violino, Giusto Pio, collaboratore di una vita nell’arrangiamento di innumerevoli celebri pezzi e spesso presente sul palco a suonare o dirigere l’orchestra. Roberto Camisasca, detto Juri, l’aveva conosciuto durante il servizio militare cogliendo in quel ragazzo timidissimo un genio musicale che costrinse a esprimersi con lui e per conto suo, ma nel ’78 Juri segue un’altra strada, si fa monaco benedettino per una decina d’anni senza perdere i contatti col mondo musicale al quale tornerà sotto varie forme, spesso accanto al vecchio amico siciliano, ma sempre preferendo la scelta sostanziale di una vita eremitica sulle pendici dell’Etna. Ed è stato proprio Camisasca a raccontare qualcosa della malattia di Franco, un mieloma multiplo che lo uccise il 18 maggio del 2021, in pieno Covid: “Ha accettato la sua malattia, senza ribellarsi. Pur soffrendo, ti faceva capire con gli occhi che era tutto ok. Del suo personaggio non voleva più saperne”. E padre Orazio Barbarino, che ufficiò il servizio funebre privato a Villa Grazia: “Combatteva con una malattia che lo aveva costretto a parlare pochissimo”. Del resto lo sapeva da sempre, come amava dire ridendo: “Cosa abbiamo di permanente? Niente. Fa anche rima!”. Ma resta la sua musica. E c’è un prezioso, elegante volume apparso pochi mesi fa da Oblomov, Battiato, la musica del tempo che lo celebra con la leggerezza di ritratti, ricordi, fumetti realizzati da autori vari (da Igort a Elisabetta Sgarbi, da Grazia La Padula a Stefano Malosso a tanti altri) e sfogliandolo e leggendolo non si possono avere dubbi: sì, sicuramente c’è riuscito Franco Battiato a trovare l’alba dentro l’imbrunire.
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