Il Foglio
Una cosa non la sopporta proprio. Gliela dicevano già prima di Sanremo, durante i preascolti, quando mezza stampa musicale italiana aveva già l'etichetta pronta e il verdetto in canna: Sal Da Vinci è un cantante “neomelodico”. “Devo ancora capire cosa vuol dire per l’opinione pubblica. Può diventare una forma sottile di razzismo mascherato”, diceva al Manifesto prima di salire sul palco dell'Ariston. “Hanno scritto che 'Per sempre sì' è un brano da 'Il castello delle cerimonie'. La risatella sarcastica mi infastidisce. Se la gente mi considera un neomelodico che fa musica pop sono fiero di esserlo, se dietro si nasconde quella sfumatura allora mi arrabbio”. Nell'uso corrente, del resto, la definizione di “neomelodico” si porta dietro un corredo pesante e malfamato che va dai matrimoni kitsch fino ai clan camorristici. Nell'uso corrente, del resto, la definizione di “neomelodico” si porta dietro un corredo pesante e malfamato che va dai matrimoni kitsch fino ai clan camorristici. Nel frattempo, però, nel resto del mondo è successo qualcosa di nuovo . Qualche settimana dopo la vittoria all'Ariston, Shiori Costa, cantante italo-giapponese con quasi 20 mila follower su TikTok, ha inciso la sua versione di “Per sempre sì”. Così come Jun, uno dei protagonisti del profilo TikTok "Mario e Jun", che conta quasi 57 mila follower, ha provato a cantarne dei brani. Poi è arrivata l'AI a cantarla in giapponese . E sullo stesso canale YouTube c'è la versione in spagnolo , quella in francese , persino quella barocca, con testo in latino . Sono spuntati anche adattamenti in greco, portoghese, arabo, e Bollywood Hindi. Qualcuno l'ha arrangiata in chiave rock e ha scritto nei commenti che “ suona come i Muse ”. Il fenomeno è alimentato soprattutto da creator semiprofessionisti e da strumenti di intelligenza artificiale, e ha ancora le dimensioni di un vivaio. Eppure “Per sempre sì” è al momento la canzone più ascoltata su Spotify tra le trentacinque in gara all'Eurovision, con oltre tredici milioni di stream , davanti a Svezia e Finlandia. La cosa più divertente è che Sal lo aveva già raccontato mesi prima, parlando di “Rossetto e caffè”: “È curioso sentire la tua canzone quando vai a Zanzibar e i ragazzi che lavorano lì la cantano e vogliono incontrarti. O magari in Nuova Zelanda la senti cantare al pianobar”, ha detto in un'intervista a Open , citando due mercati in cui l'industria musicale italiana investe poco o nulla da decenni. La sua canzone ci è arrivata da sola, senza ufficio stampa internazionale né traduzione, ma solo con una melodia e una direzione emotiva abbastanza chiare. Se in Italia quello strascico lungo e scomodo, quel curriculum di frequentazioni imbarazzanti ha ancora un peso, chi ascolta “neomelodico” a Londra, Tokyo o San Paolo invece trova una canzone italiana come se la aspettava, con un'aura forse un po' "old-school", ma con interpretazione e (perché no?) sentimento. Attenzione: perché le proposte fortemente identitarie, all'Eurovision, hanno storicamente una marcia in più . Basta pensare al precedente del Volo nel 2015: anche “Grande amore” era stata bollata in Italia come retroguardia melodica, e aveva quasi vinto il televoto eurovisivo per acclamazione. Con Sal sta accadendo qualcosa di simile e stavolta con numeri di streaming da tenere d'occhio. Si potrà continuare a chiamarla neomelodica, ma una canzone sul matrimonio cristiano cantata da un napoletano di 56 anni con un finale in dialetto che rimbalza in giapponese su TikTok e attraversa oceani in versione rock generata dall'IA merita forse una rivalutazione dell'etichetta. O almeno, come chiedeva Sal, una risatina in meno.
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