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“La letteratura è la mia religione”. Intervista a Rachel Kushner
Il Foglio

“La letteratura è la mia religione”. Intervista a Rachel Kushner

Nel 2008 Rachel Kushner conquistò la copertina della New York Times Book Review con il libro d’esordio " Telex from Cuba ", ma è con " I lanciafiamme ", uscito cinque anni dopo, che si confermò come una delle autrici più originali e interessanti del panorama letterario americano. Il romanzo divenne un best seller internazionale, rivelando un’intelligenza acuminata che non mostrava alcun timore di affrontare, in maniera estranea a ogni narrativa dominante, temi rischiosi e dolorosi come quelli della lotta armata. Originaria dell’Oregon e californiana di adozione, la scrittrice è una pupilla di Don DeLillo , il quale ne ha celebrato sin dagli esordi l’idealismo che va ben oltre la semplice provocazione, sia che parli di arte contemporanea che di terrorismo. Sarei ipocrita ad affermare di condividere le sue idee, ma disonesto a negare che l’ascolto sempre con interesse, e ritengo che l’arte e la politica rappresentino uno strumento per riflettere sul tema dell’identità personale, come è evidente anche in "The Mars Room", del 2018, e "Creation Lake", del 2024: ancora una volta la singola storia e la Storia all’interno della quale ogni individuo ha il dovere di dare il proprio apporto per rendere più vivibile un mondo dominato da guerre, ingiustizie e sperequazioni sociali. Ho voluto iniziare parlando dei suoi genitori, entrambi scienziati, che ha definito “persone profondamente anticonvenzionali della generazione beatnik . Mio padre è tuttora uno scienziato, è un biologo molecolare. Mia madre è una neurobiologa in pensione e attualmente si dedica alla tutela degli habitat di piante autoctone, alla comunità e alla conservazione storica. Quando ero bambina erano ancora studenti, poi dottorandi, poi ricercatori post-doc. Mio padre ha avuto il primo vero lavoro stipendiato quando ero all’università e non vivevo più con loro. La mia infanzia è stata caratterizzata da una povertà estrema: niente soldi extra, niente ristoranti, cibo pagato con i buoni governativi, niente vestiti nuovi, e tante situazioni in cui bisognava ingegnarsi per sopravvivere. Ne ho scritto recentemente sul New Yorker. Ma i miei genitori avevano una ricchezza di interessi culturali, soprattutto nella poesia, nel jazz, nella vita urbana, e un certo stile bohémien. Molti artisti sono arrabbiati con i propri genitori. Io no, perché condividono i miei valori e ‘navigano’ il mondo alla ricerca di percorsi insoliti, persone eccentriche e idee fuori dal comune. Abbiamo sempre avuto ‘personaggi’ intorno – i loro punti di riferimento erano persone molto singolari, libere di sognare e non vincolate dalle convenzioni. Anche i miei genitori erano così, e lo sono ancora. Sono più cool di me e continuano a ispirarmi”. Quale importanza ha per lei la scrittura? E’ un modo per sintetizzare e dare un senso spirituale al mondo e alle persone moralmente contraddittorie che lo abitano. Veicola ogni sentimento, idea e sensazione, le piccole scene che si imprimono nella mia coscienza, che formano i miei ricordi, le scene a cui assisto, le frasi che sento per caso, il fluire della storia, in un unico insieme coerente: una versione della realtà con una misteriosa coerenza che altrimenti non riuscirei a vedere né a conoscere. Quali sono stati i libri più importanti nella sua vita? Proust, Alla ricerca del tempo perduto. E’ stato fondamentale per me e lo è ancora. Anche Marguerite Duras, tutta la sua opera. I primi libri di Cormac McCarthy, soprattutto Il buio fuori e Figlio di Dio. I nomi di Don DeLillo è stato fondamentale per il mio romanzo più recente, Creation Lake. Chi è il più grande eroe non celebrato della letteratura? Non so come rispondere, perché per “eroe” non so se si riferisci a un personaggio letterario o a un autore. I personaggi sono tipicamente eroici o antieroici. Gli scrittori invece non dovrebbero essere trattati come eroi, né aspirare a esserlo. Alcuni dei miei scrittori preferiti non sono affatto eroi, ma persone profondamente discutibili. C’è un libro che ha amato e che ora non ama più? I miei gusti si sono evoluti ma non sono cambiati radicalmente. Tuttavia c’è uno scrittore che pensavo mi piacesse, Javier Marías, e recentemente ho riletto Un cuore così bianco e ho pensato: è solo un sacco di preamboli e un ingrandimento performativo di piccoli momenti, e non ho tempo per questo. Sono una donna adulta e posso dire: “Ehi, sai che c’è? Javier Marías non mi piace”. C’è qualche scrittore che ammira ma di cui non condivide le idee? Certo. Per me l’arte ha poco a che fare con l’essere d’accordo. Forse nulla! Louis-Ferdinand Céline, che compare spesso in Creation Lake, ha uno stile enormemente originale e brutalmente brillante, ed era praticamente un nazista! Un altro – curiosamente compare anch’egli nel romanzo – è Michel Houellebecq, i cui romanzi hanno significato molto per me, ma le cui “idee” sono deludenti e persino scioccanti. Rimane comunque un grande artista. Qual è il suo rapporto con la religione? Crede in Dio? Sono stata cresciuta a considerare la religione come una sciocchezza, cosa che mi è sempre sembrata un po’ superficiale: rifiutare qualcosa che è così centrale per il senso della vita della maggior parte delle persone. Sono sempre stata più aperta della mia famiglia all’idea di considerare la religione seriamente, sia culturalmente che spiritualmente: se volevo capire gli altri, non potevo ignorare ciò in cui credevano. Crescendo, ho vissuto come se l’arte fosse la mia religione. Prendere sul serio l’arte e la vita solleva la questione del disegno e del destino. Mi colpisce il fatto che le persone abbiano sempre percepito qualcosa di significativo e sacro nella vita, come se fossimo qui per uno scopo. Anche io lo sento, ma non pratico il cristianesimo o altre religioni. Non so se Gesù sia morto per i nostri peccati o se esista il paradiso. Ma credo pienamente che esista un paradiso qui, sulla terra, e che lo intravediamo nella vita quotidiana. E’ mio dovere personale restare concentrata su una certa rettitudine e bontà nella realtà quotidiana. Vivo come se esistesse la grazia, come se le persone avessero un’anima, come me, come se la vita fosse seria e una profonda benedizione. Pensa che il linguaggio delle immagini stia uccidendo quello delle parole? E’ un’affermazione che mi lascia scettica, perché suona retorica. Le immagini hanno un loro potere. L’arte visiva è molto importante per me, così come la fotografia e il cinema. I romanzi fanno qualcosa che nessun’altra forma può fare: ci portano molto vicino a cosa significhi essere dentro la mente di qualcun altro. Nessuno minaccia mortalmente i romanzieri per farli smettere di scrivere, ognuno fa le proprie scelte. Le mie non sono disturbate dall’eccesso di immagini. C’è qualcosa che la letteratura può fare e il cinema no, e viceversa? Il cinema mostra la sensazione del tempo che scorre e riporta in vita i morti sotto forma di luce, ed è straordinario. Ogni volta che vedo Vertigo/La donna che visse due volte Jimmy Stewart torna in vita, la vecchia San Francisco rinasce, e così via. I film sono contenitori di eternità. Barbara Loden e Chantal Akerman sono due riferimenti cinematografici… Barbara Loden, l’autrice di Wanda: ho ho riprodotto quasi scena per scena alcune parti nel mio romanzo The Flamethrowers. Anche Jeanne Dielman di Chantal Akerman era presente. Amo molti registi: Pasolini, e in particolare Teorema, uno dei miei film prediletti. Jean Eustache, forse il mio regista preferito, in particolare La madre e la puttana. In Creation Lake il film ricorrente è D’amore si vive di Silvano Agosti: ne rimasi profondamente colpita quando lo vidi la prima volta e ci ritorno spesso. Penso al giovane Franck, che si vanta delle sue conquiste sessuali all’età di nove anni, o la prostituta che si è uccisa dopo l’intervista filmata: questi personaggi sono eterni grazie al modo con cui li ha raccontati Agosti. Scriverne è stato un tentativo di analizzare perché il film mi ha colpito così in profondità e perché questi personaggi hanno lasciato un segno permanente. Possiamo definire Don DeLillo il suo mentore? Quando ho iniziato a scrivere ha rivestito un ruolo importante come artista: è un romanziere il cui lavoro è luminescente, e ogni frase riflette l’assurdità della vita. Quando ho scritto il mio primo romanzo mi ha mandato una lettera di complimenti e ho deciso di affidarmi alla sua editor Nan Graham. Poi siamo diventati amici, e ho dovuto trasformarlo da idolo letterario a persona reale. Non siamo sullo stesso livello, e forse qui entra in gioco il concetto di mentorship. E siamo molto diversi: il mio compito è farlo ridere, il suo è chiedermi se mi sto divertendo, una domanda che è così essenziale, perché mi ricorda che la vita non è mai opaca: è sempre così incredibile essere qui, anche nei momenti bui. Lei ha una conoscenza approfondita della cultura italiana. Nei Lanciafiamme parla del nostro paese negli anni Settanta: cosa ammira di quei fermenti, che sono sfociati nella lotta armata? Quando ho scritto il libro, esistevano pochi romanzi sul periodo che va dall’autunno del 1969 al movimento del 1978. Forse Vogliamo tutto e Gli invisibili di Nanni Balestrini. Ho voluto incontrare protagonisti e ho raccolto storie incredibili, soprattutto in relazione all’arte impegnata del mio amico Claudio Guerzani. Le Brigate Rosse erano dei folli leninisti, ma da un punto di vista storico hanno rappresentato un fenomeno interessante, e le rivolte alla Fiat meritano di essere studiate. Mi ha impressionato l’intervista di Mario Moretti a Rossana Rossanda e Carlo Mosca, e la libreria collettiva delle donne di Milano è probabilmente uno dei risultati più duraturi di quel periodo. Oltre alla violenza, quali sono stati i loro errori maggiori? Pensare di “colpire al cuore dello stato”. E’ stato un errore: lo stato non ha un cuore. Il capitalismo non ha centro. Nulla è frutto di teorie del complotto come la gente pensa, ma poi c’è “la strategia della tensione”, che sembra con ogni evidenza reale. Il mio compito è osservare, non giudicare: attribuisco la massima importanza a comprendere le persone: le studio e analizzo la loro dedizione al loro credo. Mi colpisce quanto l’Italia fosse vicina al collasso negli anni Settanta, ma nessuna rivoluzione ha avuto successo in Europa nella seconda parte del Novecento, nonostante i fervori del maggio francese del 1968. Creation Lake parla proprio di questo ed è raccontato dal punto di vista di un cinico malizioso che non sono io. Curzio Malaparte è un suo riferimento costante. Per me la sua opera migliore è La pelle. E’ folle e brillante, e immortala la Napoli liberata dagli alleati. Le sue contraddizioni umane e artistiche sono affascinanti: comunista, fascista, cattolico, opportunista, e poi architetto, decoratore … dove si trova ora? Forse nel Mediterraneo, tra divinità e mostri marini. Ritiene che scrivere sia un atto politico? I romanzi sono arte. L’arte è una categoria a sé. Soltanto il 4 per cento dei libri negli Stati Uniti è tradotto: cosa ne pensa? Ringrazio i piccoli editori che pubblicano la letteratura in traduzione: grazie a Dio esiste la New Directions e Barbara Epler. E Archipelago Books per Deel Vellum, e lo stesso vale per tutti i piccoli editori che rendono possibile conoscere Antonio Moresco, che sta per essere pubblicato in America. Ma è anche logico che negli Usa si leggano soprattutto autori americani: a mala pena riusciamo a capirci e i romanzi pssono aiutare a comprendere chi siamo. Come è cambiata l’America con la nuova presidenza Trump? L’Ice ha invaso le città amerivane e portato caos e paura. Il presidente ha iniziato una guerra con l’Iran, affondato la borsa e qui a LA la benzina è salita a sette dollari al gallone. Non dico nulla di speciale: è sotto gli occhi di tutti. Ci sono però anche le reazioni, come l’elezione di Mamdani a New York, che considero un trionfo. Ma è qualcosa di collettivo o locale? Chiunque pretenda di avere una lettura accurata di quanto sta accadendo in America, politicamente parlando, è un folle, o mente. Stiamo vivendo tempi convulsi. Gli elettori degli Stati Uniti hanno eletto un presidente nero ma non una donna: perché? Da come pone la domanda sembra che la responsabilità sia dei votanti invece che dei candidati. Hillary Clinton ha fatto una pessima campagna al posto di Bernie Sanders, che era di gran lunga migliore, ma non era voluto dall’establishment democratico. Kamala Harris è stata nominata all’ultimo minuto e il suo unico messaggio era “votate me o è la fine della democrazia”. Forse era vero, ma non è il modo di gestire una campagna: minacciare la gente non è mai efficace, devi sempre promettere qualcosa. Ritiene che Trump sia un’eccezione o una conseguenza inevitabile? Non credo che sia un’eccezione, ma “inevitabile” è una parola che rigetto. L’America ha una storia di violenza, razzismo e crudeltà e quando chiesi a mio padre “ti ha sorpreso che Martin Luther King sia stato assassinato?” mi ha risposto: “No, Rachel, per niente: questa è l’America”. Ma il paese è anche tante altre cose. C’è qualcosa che ammira in Trump? Ha un talento nel catturare l’attenzione ed è molto efficace comunicativamente – mi duole dirlo – persino geniale. Penso a come ha reagito all’attentato: “Fight! Fight! Fight!”. Ritiene che rappresenti una reazione alla cultura woke? I repubblicani in generale, e Trump e il suo circolo, Hegseth, Stephen Miller, RFK Jr. e gli altri, sono ossessionati dall’idea di reprimere libertà di parola e hanno vietato l’uso di alcuni termini in campo medico, scientifico e perfino nelle biblioteche scolastiche: oggi nessuno può imparare correttamente cosa sia stata la schiavitù mentre vengono reinstallati monumenti degli stati confederati. La scienza ha lasciato il posto all’apocalisse cristana. Penso che sia la stessa tattica della cultura woke ma da una prospettiva diversa. Ritiene che la sinistra sia diventata elitaria? In tutta la mia vita non ho mai visto una sinistra unitaria. Insieme a molti politici scollegati dalla realtà vedo quanto è successo con Mamdani, che ha fatto una campagna porta a porta, cercando di interpretare le esigenze di tutti, a comincare dai non privilegiati: ritengo che sia quella la strada. Questo succede mentre il Partito democratico è ad esempio legato allo stato di Israele, che si sta macchiando di genocidio e dovrebbe essere rifondato come la Germania alla fine della Seconda guerra mondiale con una democrazia che garantisca uguali diritti a tutti. Questi politici liberal non rappresentano gli interessi degli americani e neanche del loro campo. Quale crede sia il ruolo dell’artista oggi? Creare dell’arte che penetri nello spirito e sia all’altezza della gravità dei tempi che viviamo. Questo è tutto – ed è tutto quello che conta. Ma so di parlare solo per me stessa.

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