Il Foglio
Suonano già le campane delle tasse sugli extraprofitti. Il governo sa che difficilmente potrà permettersi di prorogare un nuovo taglio delle accise dopo la scadenza del 1° maggio . Ma allo stesso tempo non può consentire che il gasolio superi stabilmente i 2,40 euro al litro, proprio mentre la macchina elettorale inizia a scaldare i motori. La soluzione che si fa strada è la più familiare: nuove tasse. Non esplicite, non generalizzate, ma confezionate come imposte sui profitti “ingiustificati”. Con un esito noto: a pagare, alla fine, saranno imprese e consumatori. Nel mirino questa volta c’è l’intera filiera dei carburanti, dalla raffinazione alla distribuzione. Il bersaglio polemico è il presunto ritardo con cui i ribassi del petrolio si riflettono alla pompa. Il ministro Adolfo Urso si è già raccomandato con le società di distribuzione perché i prezzi scendano rapidamente. Dall’inizio del cessate il fuoco il greggio ha perso circa 15 dollari al barile. Ma i prezzi dei carburanti non seguono direttamente il greggio: a determinarli sono le quotazioni dei prodotti raffinati. Il riferimento è il Platts, l’indice pubblicato da S&P, che fotografa le transazioni tra raffinerie e distributori. Secondo Staffetta Quotidiana, la scorsa settimana i prezzi dei raffinati sono scesi in modo significativo: -7 per cento per la benzina e -13 per cento per il gasolio rispetto alla settimana precedente. Restano livelli superiori a quelli pre-conflitto, ma è la prima discesa consistente. Il punto è che questi ribassi non arrivano immediatamente alle pompe. Il trasferimento richiede in genere 4-5 giorni lavorativi, il tempo necessario a smaltire le scorte acquistate a prezzi più elevati. I primi effetti si vedranno quindi nei prossimi giorni. E comunque in forma attenuata: la materia prima pesa infatti meno della metà del prezzo finale, mentre il resto è composto da costi logistici, margini e soprattutto tasse incassate dallo Stato. Tradotto: se il Platts scende del 10 per cento, alla pompa il calo sarà molto più contenuto. E’ plausibile aspettarsi un riavvicinamento della benzina a quota 1,70 euro al litro e del gasolio attorno ai 2 euro, ma non molto di più. La tentazione di intervenire sugli extraprofitti non è solo italiana. Assieme al nostro paese, anche Germania, Austria, Spagna e Portogallo hanno scritto alla Commissione europea per proporre nuove imposte sulle società petrolifere. Se è vero che il settore sta generando maggiori utili – come è normale che sia in momenti di scarsa offerta – un’imposta aggiuntiva finirebbe per mettere ulteriore sabbia nel motore già ingolfato del sistema energetico europeo. L’Europa è strutturalmente dipendente dall’estero per il gasolio: tassare o comprimere i prezzi può disincentivare la produzione interna o spingere gli operatori a dirottare i carichi verso mercati più remunerativi fuori dall’Unione. Con il rischio concreto di peggiorare la sicurezza delle forniture. E anche volendo intervenire, il bottino potrebbe essere ben più ridotto di quanto ci si immagini. L’associazione ambientalista Transport & Environment ha fatto i conti sugli utili aggiuntivi incassati da raffinerie e distributori di carburanti: meno di 4 miliardi di euro in tutta l’Unione Europea, dall’inizio di marzo alla prima settimana di aprile. Anche tassandoli per metà, il gettito basterebbe a malapena per finanziare gli aiuti nella sola Italia. Esiste però una leva immediata, anche se politicamente scomoda: ridurre i consumi. In un mercato globale in cui è venuto a mancare improvvisamente circa il 5 per cento dell’offerta di petrolio, l’equazione è elementare: meno si può produrre, meno si può consumare. Eppure quasi nessun governo occidentale ha imboccato questa strada, per l’evidente costo politico. In Europa solo la Slovenia ha introdotto limiti ai rifornimenti, fissando un tetto di 50 litri al giorno per cittadino. Il resto è in attesa. Finché lo Stretto di Hormuz non tornerà pienamente operativo e gli 8 milioni di barili al giorno oggi bloccati non riprenderanno a fluire, il sistema resterà in tensione. E qualsiasi scorciatoia fiscale rischia di essere, più che una soluzione, un moltiplicatore del problema.
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