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Frescobaldi ci spiega perché l’Italia del vino si rafforza se produce di meno
Il Foglio

Frescobaldi ci spiega perché l’Italia del vino si rafforza se produce di meno

Bisogna produrre meno vino. Sembra un paradosso, detto al Vinitaly , la più grande manifestazione mondiale del settore, e nel paese che resta il primo al mondo per produzione vitivinicola. Eppure è il messaggio lanciato da Lamberto Frescobaldi , presidente di Unione italiana vini: “La leadership produttiva non è un primato, ma una iattura”. Tradotto: non ha senso compiacersi perché si produce più vino di tutti , se poi si fatica a venderlo. I numeri spiegano bene il problema. Il vino italiano ha chiuso l’export del 2025 a 7,78 miliardi di euro, il 3,7 per cento in meno rispetto al 2024, con volumi in calo dell’1,9 per cento, per un totale di 21 milioni di ettolitri spediti. Il saldo attivo con l’estero resta tra i primi cinque comparti del made in Italy, ma scende del 4,3 per cento, a 7,2 miliardi. Ancora più preoccupante è il dato sulle scorte: nelle cantine italiane ci sono 61 milioni di ettolitri di vino, il 6 per cento in più rispetto all’anno precedente; con i mosti si arriva a quasi 68 milioni di ettolitri, +7,5 per cento. Un livello alto di giacenze non equivale sempre a una crisi, soprattutto per chi lavora su affinamenti lunghi. Ma quando il magazzino immobilizza capitale, aumenta i costi di conservazione, mette pressione sui prezzi e costringe a promozioni, declassamenti o svendite, allora diventa un problema di sostenibilità economica. Secondo l’Osservatorio Uiv, nei prossimi anni bisognerebbe produrre almeno 7-8 milioni di ettolitri in meno, portandosi attorno ai 34-35 milioni l’anno. La richiesta di Frescobaldi è chiara: rivedere l’assetto produttivo nazionale, anche attraverso una riforma del Testo unico del vino, per costruire un sistema più flessibile, capace di allargarsi o comprimersi in base alla domanda. In altri paesi produttori si è già cominciato a espiantare una parte dei vigneti, così da ridurre l’area coltivata senza intaccare le rese per ettaro. In Italia, invece, finora la superficie vitata sarebbe addirittura aumentata del 4 per cento. E' una strada dolorosa, certo. A nessuno fa piacere togliere filari. Ma se quel vino poi deve essere svenduto, forse il sacrificio è meno irragionevole di quanto sembri. Frescobaldi lo ha ripetuto anche la scorsa settimana a Manduria, durante il forum della cucina organizzato da Comin & Partners con Bruno Vespa, che da produttore non l’ha presa benissimo. E di parere opposto è anche il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida , convinto che ridurre la produzione sarebbe una sciagura e che il vero problema sia la demonizzazione del vino e degli alcolici. Al Masaf, infatti, si lavora soprattutto sul rafforzamento della promozione, anche con più fondi all’Ice. Ma non esiste, almeno per ora, un piano sul tetto alle produzioni. Il punto è che una campagna per vendere più vino dovrebbe funzionare anche all’estero, visto che oltre metà del vino italiano finisce fuori dai confini nazionali. E invece nel mondo si beve meno. La Francia, per esempio, ha già deciso che entro il 2035 ridurrà la produzione di 5-6 milioni di ettolitri. Frescobaldi propone anche di mettere mano al sistema delle denominazioni. In Italia ci sono oltre 520 tra Doc, Docg e Igt, ma le prime 20 valgono l’80 per cento del fatturato. Troppe etichette rischiano di esistere solo sulla carta. E un’etichetta per ogni filare non aiuta a vendere meglio il vino italiano.

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