Collector
Se lo scontro Trump-Leone diventa pretesto per una nuova teologia politica. Domande | Collector
Se lo scontro Trump-Leone diventa pretesto per una nuova teologia politica. Domande
Il Foglio

Se lo scontro Trump-Leone diventa pretesto per una nuova teologia politica. Domande

Ora che perfino Giorgia cristiana Meloni dovrà riposizionarsi , dopo che Trump ha detto di non riconoscerla più causa la troppa vicinanza a Papa Leone , anche l’ultima carta velina è caduta: alla Casa Bianca siede un imperatore preteso teocratico , un re che si sogna taumaturgo ma non lo è, supportato da tecnocrati demoniaci (secondo l’accezione del grande teologo protestante Paul Tillich) e da una base che sempre più somiglia alla Crociata dei pezzenti, che minaccia però non la presa di Gerusalemme bensì di Roma. Senza nemmeno avere i cavalli cosacchi. La faccenda potrebbe chiudersi qui. Oppure no, è proprio qui che si apre una sottile linea rossa, piena di domande. Fa bene, ineccepibile e in punta di Vangelo, il Papa a rispondere a Trump che la sua idea di guerra santa è fuori dalla Verità del cristianesimo . Che è una religione di pace, eccetera. La sottile linea rossa delle domande non riguarda tanto, ovviamente, Papa Prevost, ma il curioso tifo neoguelfo che sta montando intorno a lui . Secoli e secoli per liberarci dalla tentazione di mettere il Papa sopra a re e imperatori, secoli per liquidare i rimasugli del potere temporale – la cui fine, per il futuro Paolo VI, fu un dono della Provvidenza – grandi dibattiti eruditi anche molto attualizzanti per arginare i tentativi di una nuova “teologia politica” – l’idea che il potere umano ha bisogno di una fondazione trascendente o simbolica per legittimarsi – e oggi davanti allo scontro verbale tra un (transeunte) presidente americano e la sua base elettorale e la Chiesa parte il coro neoguelfo. O l’invocazione salvifica. Tanto più notevole quanto più proviene anche da personalità o mondi politici laici, da chi mai e poi mai ha sostenuto la Chiesa e il papato . Non si tratta soltanto di titoli di giornale a effetto come “La Fossa del Leone” del manifesto (che del resto ieri aveva il titolo identico a quello del Tempo, “Il Papocchio”, stranezze del nuovo corso). Ci sono commentatori e accademici di diverso lignaggio che sui giornali o i social parlano di “satrapi” da rintuzzare, di “gravissimi attacchi” al Papa, di rivestirlo del suo “manto politico”, di un evidente e necessario nuovo ruolo della Chiesa leonina. Si è sentito persino qualche hurrà! alla nuova teologia della liberazione. Perché parlare di “pace” da parte del Pontefice è ovviamente anche denunciare il colonialismo. Persino il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, ha espresso solidarietà a Leone . Ma c’è davvero tutto questo nei pensieri e nelle parole del Papa? Sì e anche no, up to a point . In viaggio per l’Algeria, Leone ha del resto circoscritto : “Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva”. Ma un Papa on our side è un’occasione ghiotta, nel mondo polarizzato. Da un lato, ovvio, ci sono tutti coloro che hanno sempre osteggiato la destra politica religiosa – e certe commistioni tra mondo evangelical e cattolico – che adesso vedono in ogni (“mite”, per carità) bordata di Papa Leone il segnale di un’imminente disfatta dell’Orda d’oro trumpiana (orbaniana, meloniana). Ma questo è il piano più strumentale: il nemico del mio nemico. Da Calenda a Macron a Elly Schlein, il fronte è compatto. Dall’altro lato c’è chi ha sempre considerato l’America, il suo sistema anche valoriale – l’american way of life è stata definita “protestantesimo secolarizzato”, – come lontano dal cattolicesimo, anzi opposto. Lucio Brunelli su Avvenire ieri ha tratteggiato bene le radici antiche del conflitto (il riconoscimento diplomatico tra Stati Uniti e Santa Sede è avvenuto nel 1984, epoca Wojtyla-Reagan). La diffidenza è tornata e cresciuta con la nuova onda evangelical, il tempo delle guerre al terrore. Oggi queste posizioni forzano la propria lettura in chiave politica: quasi il Papa fosse davvero il katéchon che fa da argine all’Anticristo. O il punto d’equilibrio di una nuova visione in cui la Chiesa è all’opposizione della civiltà-religione occidentale. Basta leggere padre Antonio Spadaro, ormai interprete ufficioso della geopolitica leonina, che ieri su Repubblica interpretava il senso delle parole del Papa “come atto politico” contro Trump. “Leone ha colpito il suo impianto morale – e quello con precisione chirurgica: è entrato nel buco nero della retorica della deterrenza, dell’eccezionalismo nazionale”. Del resto nel 2016, albori del primo Trump, Spadaro firmò sulla Civiltà Cattolica con il pastore presbiteriano Marcelo Figueroa un saggio su “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico” in cui attaccava quello che chiamava “ecumenismo dell’odio”. Spiegavano come nel pensiero del Papa ci fosse una presa di distanza netta dall’occidente inteso come orizzonte del cattolicesimo: “Francesco intende spezzare il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e chiesa. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari”. Un altro interprete della lettura politica del ruolo di Leone, lo storico della Chiesa Massimo Faggioli, ha scritto: “Non si può più fingere che si tratti soltanto della crisi di un sistema politico. Questa crisi americana, tradottasi anche in una crisi dei rapporti con il Papa e con il Vaticano, è una crisi nazionale di civiltà”. Insomma il Papa in questa fase convulsa può e deve riprendere il ruolo di guida anche politica: se non un federatore giobertiano, un rivoluzionario dossettiano americano capace di cambiare la Chiesa per cambiare la politica, o viceversa. Forse un po’ troppo, forse al di là dei pensieri di un Papa americano sì, ma soprattutto agostiniano, che conosce bene le differenze tra la città terrena e la città di Dio.

Go to News Site