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Trump e l'iperrealtà: quando il Cristo guaritore diventa uno spot | Collector
Trump e l'iperrealtà: quando il Cristo guaritore diventa uno spot
Il Foglio

Trump e l'iperrealtà: quando il Cristo guaritore diventa uno spot

L’immagine di Trump come Cristo guaritore mi ha fatto ripensare a un libro dimenticato dell’americanista Roberto Giammanco , L’immaginario al potere. Religione, media e politica nell’America reaganiana (Antonio Pellicani Editore, 1990). In copertina c’era l’incisione di Athanasius Kircher del diluvio universale, ma sulla distesa degli annegati spiccava un bollo rosso con la scritta Things go better with Jesus Christ, che riprendeva la grafica e lo slogan di una vecchia campagna della Coca-Cola ( Things go better with Coke ). Era uno sticker distribuito in molte chiese americane come articolo religioso, dunque non era una parodia. O forse lo era? La questione è spinosa, ma sospetto che le spine proteggano un segreto vitale. Giammanco suggeriva che quei pastiche messianico-pubblicitari fossero la spia di “un’iperrealtà che non ha più nulla a che vedere con quelli che, un tempo, si chiamavano fatti” (la post-verità, come si vede, è una scoperta dell’acqua calda). Questa iperrealtà, aggiungo, è per sua natura molto instabile: un immaginario sovraccarico – anche quando vi si aderisce con pieno slancio, come accadeva per una parte dell’America reaganiana – è sempre sul punto di rovesciarsi in parodia, o in autoparodia. Con Trump il rovesciamento è ormai compiuto. Non fosse che la parodia, insegna la psicoanalisi, è spesso un indicatore di ostilità inconscia. E’ il contrattacco euforico di un io umiliato (o addirittura masochista) verso un super-io da cui si sente schiacciato – nel caso di Trump tutte le istituzioni: politiche, giuridiche, tradizionali, carismatiche, morali, militari e religiose. La messa in caricatura gli offre una vittoria di Pirro, ma non è che una ribellione simulata, che tenta disperatamente di camuffare un sentimento di soggezione e di impotenza. Intendiamoci, la psiche di Trump mi interessa fino a un certo punto, e oltretutto non sono psicoanalista. Mi interessa, e ci riguarda tutti, lo spettacolo quotidiano che questo ciclo nevrotico mette in scena nel mondo: quello di un’America che odia teatralmente sé stessa.

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