Collector
Assieme a Orbán va via anche l’alibi dei leader europei che si nascondevano dietro ai suoi veti | Collector
Assieme a Orbán va via anche l’alibi dei leader europei che si nascondevano dietro ai suoi veti
Il Foglio

Assieme a Orbán va via anche l’alibi dei leader europei che si nascondevano dietro ai suoi veti

Bruxelles. La vittoria di Péter Magyar nelle elezioni di domenica in Ungheria toglie un facile alibi ai capi di stato e di governo che si nascondevano dietro ai veti di Viktor Orbán per rallentare o bloccare l’avanzamento dell’Unione europea. Dalle riforme istituzionali interne all’allargamento all’Ucraina, Orbán è sempre stato considerato il freno principale dell’Ue. La prossima settimana il primo ministro ungherese parteciperà al suo ultimo Consiglio europeo dopo sedici anni. Magyar ha assicurato di non voler paralizzare l’Ue, quindi dal Consiglio europeo di giugno gli approfittatori di Orbán dovranno uscire allo scoperto e dire pubblicamente se si oppongono al passaggio al voto a maggioranza qualificata, all’adesione accelerata di Ucraina e Moldavia o a una politica più assertiva dell’Ue nei confronti della Cina. La vittoria di Magyar ha liberato l’Ue da un leader che ha usato il suo potere di veto per paralizzare o ostacolare la sua azione non solo sull’Ucraina, ma anche su altre priorità di politica estera, come la Cina e il conflitto israelo-palestinese. Per non parlare delle riforme istituzionali, considerate impossibili da realizzare con un Orbán determinato a mantenere la regola dell’unanimità per continuare a esercitare i suoi ricatti. Lunedì 13 aprile la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen , ha colto l’occasione per trarre le “lezioni” di ciò che è accaduto con l’Ungheria durante i sedici anni di Orbán. “Credo che il passaggio al voto a maggioranza qualificata in politica estera sia un modo importante per evitare blocchi sistematici come quelli che abbiamo visto in passato, e dovremmo sfruttare lo slancio attuale per fare progressi su questo tema”, ha detto. Il voto a maggioranza qualificata in politica estera – così come in materia di tassazione – è uno dei tanti temi su cui si discute molto nell’Ue, ma non si agisce. Reso necessario dai veti di Orbán, questo passaggio può essere realizzato in modo generale attraverso una riforma dei trattati oppure in modo limitato attraverso le clausole passerella. La precedente Commissione di Jean-Claude Juncker aveva optato per questa seconda possibilità, suggerendo di usare le clausole passerella per adottare a maggioranza qualificata le dichiarazioni a nome dell’Ue e per modificare e rinnovare le sanzioni. Ma sia per la riforma del trattato sia per il balzo delle clausole passerella è necessaria l’unanimità degli stati membri. E Viktor Orbán si è detto sempre contrario a passare al voto a maggioranza qualificata. E’ stata una delle ragioni invocate da von der Leyen per giustificare la mancata apertura del cantiere istituzionale. In realtà, dietro Orbán c’erano altri leader ostili alla fine dell’unanimità. Giorgia Meloni è tra questi. “Non sono favorevole ad allargare il voto a maggioranza all’interno delle istituzioni europee”, ha detto la presidente del Consiglio il 22 ottobre in un dibattito in Parlamento. La fine dell’unanimità “sarebbe utile per l’Ucraina, ma varrebbe anche per molti altri temi. E su molti altri temi le posizioni della maggioranza potrebbero essere abbastanza distanti dalle nostre e da quelle dei nostri interessi nazionali. La mia priorità rimane difendere gli interessi nazionali italiani”, ha detto Meloni. Leader meno nazionalisti non sono più entusiasti di Meloni. Ogni volta che si è discusso concretamente della possibilità di usare il voto a maggioranza qualificata per bypassare il potenziale veto di Orbán sul rinnovo delle sanzioni contro la Russia, Francia e Germania si sono opposte. Sulla tassazione, anche piccoli paesi come il Lussemburgo e l’Irlanda non vogliono rinunciare al loro diritto di veto. “Dietro Orbán c’è sempre qualche altro leader nascosto” , spiega al Foglio un diplomatico dell’Ue. Sull’allargamento all’Ucraina , il veto ungherese ha permesso ad alcuni stati membri di non dover prendere posizione sull’apertura dei capitoli negoziali o su un’accelerazione politica dell’ingresso. L’adesione dell’Ucraina, con il suo enorme settore agricolo e il suo ritardo economico, è politicamente esplosiva. Gli agricoltori sono già scesi in strada per protestare contro la liberalizzazione del commercio di alcuni prodotti. I paesi dell’Europa orientale e centrale dovrebbero rinunciare a gran parte degli aiuti dell’Ue. Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Giorgia Meloni non sono pronti a far entrare l’Ucraina e sono scettici su altri paesi candidati. Orbán, con il suo veto all’apertura della prima serie di capitoli negoziali, è stato un facile capro espiatorio a cui attribuire la responsabilità di uno stallo che fa comodo a molti. Israele e la Cina sono altri due temi di politica estera nei quali Orbán ha permesso ad alcuni leader di nascondersi. Le sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania sono bloccate da oltre un anno per l’opposizione dell’Ungheria. Ora che Orbán non potrà più opporsi, la Germania accetterà di sospendere l’accordo di associazione con Israele o almeno sostenere la reintroduzione dei dazi? Sulla Cina, l’Ungheria è riuscita con il veto a mettere tacere gran parte delle critiche dell’Ue nei confronti di Pechino, dall’espansionismo nel Mar meridionale cinese alla legge di sicurezza imposta a Hong Kong. Il premier spagnolo, Pedro Sánchez , che ieri era a Pechino per auspicare un avvicinamento tra Cina e Ue, si comporterà come Orbán oppure sarà coerente con la sua retorica sui diritti fondamentali e il diritto internazionale?

Go to News Site