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Il falso mito della Chiesa pacifista | Collector
Il falso mito della Chiesa pacifista
Il Foglio

Il falso mito della Chiesa pacifista

Questa storia che la Chiesa cattolica è pacifista, che non fa politica , che deve essere protetta dall’interferenza delle opinioni dei leader mondiali in virtù della sua paternità spirituale e solo spirituale è una boiata pazzesca. A Cesare quel che è di Cesare: parola del fondatore. E poi l’alleanza costantiniana, la Chiesa imperiale di Nicea che libera la laicità e legittima il comando che la rese possibile e vitale per un lungo ciclo storico. E poi la partecipazione sofferente e combattiva alla crisi del mondo tardo antico, con i barbari alle porte e dentro i confini e la teoria della guerra giusta del progenitore spirituale e teologico di Papa Leone XIV. E la guerra delle investiture, il conflitto con l’impero, l’umiliazione a Canossa di Enrico IV. A parte le crociate, la Chiesa diventa davvero grande e moderna con la formidabile stagione guerresca del Cinquecento, con Giulio II, esplode nel Rinascimento e nel barocco attraverso il conflitto e il compromesso con la signoria medicea e i poteri regali in via di costituzione nel cuore dell’Europa, con la lega santa e la formazione embrionale del sistema europeo degli stati, la Chiesa vince nella Controriforma antiluterana, nella benedizione della battaglia di Lepanto e nella difesa di Vienna, diventa nazionalista e perfino bellicista fino ai giorni nostri. L’idea che ci sia un rapporto tra Chiesa realtà politica, dunque tra Chiesa e guerra, tra Chiesa e giustizia, tra Chiesa e pace e difesa dell’umanità dell’uomo è una idea unica inscindibile, il pacifismo della Chiesa è un flatus vocis, una blaterazione priva di senso, una tendenza, al massimo, che si è affermata in un’epoca di ipocrisia montante delle idee e dei comportamenti. A Dio quel che è di Dio, certo. Quando gli sventurati e vaniloquenti agenti del potere nazionalpopulista, mai così tanti e così petulanti, invocano Dio a protezione delle campagne aeree il Papa fa benissimo a controbattere, a censurare spiritualmente e culturalmente un atteggiamento grottesco, il sequestro del divino non solo nell’umano, che sarebbe ultracristiano, ma nel disumano della guerra. Questo non autorizza la riscrittura della storia e anche della metastoria o filosofia della storia di cui la Chiesa è la più antica e venerabile incarnazione. Il rabbino Eliezer Simcha Weisz ha fatto benissimo a scrivere con deferenza al Papa per ricordargli che non si può eludere la scelta tra jihadismo e islamismo politico nichilista e la pienezza della promessa di una pienezza dei tempi, e di giustizia e pace, iustitia et pax. Giovanni Paolo II, santo, poteva e doveva protestare contro la guerra in Iraq, che era una scelta strategica dalle crudeli conseguenze, nel momento stesso in cui sollecitava e istigava, con le sue processioni alla Madonna Nera che erano più blindate delle parate di carri armati della Piazza Rossa, la crisi e il decadimento dell’impero sovietico: quel Papa era un uomo di Dio, lui e il suo successore, erano uomini di pace e di giustizia, Wojtyla era un combattente che non aveva paura, per dirla con Leone, dell’Amministrazione Reagan, ma sapeva collaborare a una vittoria di sistema in nome della libertà e di una pace giusta che mettesse fine alla Guerra fredda e alla minaccia del comunismo internazionale. La storia evolve, se la si lascia libera di essere sé stessa, le idee cambiano, i mezzi di distruzione impongono una riflessione adeguata nel mondo di Hiroshima, lo slancio per il dialogo interreligioso è sempre encomiabile e l’ecumenismo dell’odio di cui parla il gesuita Spadaro è intinto in un inchiostro illeggibile per i contemporanei, ma questo non autorizza a fare della Chiesa una belluria irenica e banale, l’idolo di amorevole eluzione del vero al quale guardano tutti quelli che non hanno capito la posta in gioco nello scontro di civiltà in atto.

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