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Malati di antibiotici: il consumo non cala
Il Foglio

Malati di antibiotici: il consumo non cala

C’è un numero nel rapporto Aifa sul consumo di antibiotici che merita attenzione. Nella fascia d’età tra gli 11 e i 13 anni, i consumi di antibiotici sono aumentati del 33,4 per cento in un solo anno. Eppure, non c’è nessuna nuova malattia batterica che colpisce i preadolescenti italiani. E’ il segno che qualcosa, nel modo in cui questo paese usa i farmaci, continua a non funzionare. Il Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza aveva fissato obiettivi precisi e ambiziosi. Scadenza: 2025. Poi prorogato al 2026. Ma a un anno dalla scadenza quasi nessun obiettivo è stato raggiunto. In ospedale, i carbapenemi – gli antibiotici di ultima istanza, quelli che si tengono in riserva per le infezioni che nient’altro riesce a sconfiggere – sono aumentati del 55 per cento in cinque anni. L’obiettivo era ridurli del 10 per cento. In pediatria, più di quattro bambini su dieci ricevono almeno una prescrizione di antibiotici ogni anno, e la percentuale è in crescita. Il rapporto tra molecole ad ampio spettro (quelle più aggressive) e molecole a spettro ristretto prescritte ai bambini è, al sud, pari a otto contro uno. Obiettivo del Piano era ridurlo del 20 per cento. E’ rimasto dov’era. Il problema del consumo inappropriato di antibiotici in Italia è antico quanto il Servizio sanitario nazionale stesso. Conosciamo le cause: la pressione delle famiglie sui pediatri, la difficoltà di spiegare a un genitore ansioso che il raffreddore di suo figlio guarisce da solo, la cultura del farmaco come risposta immediata a qualsiasi malessere, le differenze tra nord e sud nei modelli di medicina territoriale. Conosciamo le soluzioni, ma la resistenza batterica è una delle principali cause di morte in Europa e l’Italia è tra i paesi più esposti. Ogni volta che un bambino assume un antibiotico che non gli serve, contribuisce – in misura infinitesimale ma reale – a selezionare i batteri che un giorno potrebbero non rispondere ad alcun trattamento. Il punto è che un piano nazionale esiste proprio per cambiare i comportamenti che il singolo, da solo, non riesce a modificare. E quel piano, in Italia, è rimasto sulla carta.

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