Il Foglio
“Non c’è niente di sbagliato se il governo italiano dice: discutiamo la possibilità di sospendere il Patto. Temo però che il vero motivo per la richiesta di sospensione del Patto di stabilità non sia la crisi di Hormuz, ma le elezioni del prossimo anno”. Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani (Ocpi) dell’Università Cattolica, non gira intorno al punto. Il pressing del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti su Bruxelles per congelare straordinariamente le regole fiscali europee, giustificato con lo choc energetico di Hormuz, potrebbe aver ragioni ulteriori a quelle dello choc energetico. Sia politiche che macroeconomiche. “E’ troppo presto per dire che andremo verso una recessione europea o italiana – dice Cottarelli al Foglio. – Dipenderà anche da quello che succede con Trump, ma non possiamo gridare ‘al lupo al lupo’ in qualunque momento”. Cottarelli sottolinea le criticità necessarie per lo stop alle regole fiscali: “La sospensione generale del Patto può essere fatta, ma solo se c’è una crisi che coinvolge l’intera Europa e che crea il rischio di una seria recessione, come nel 2020 con il Covid. E questo non è il caso, per il momento”. La sua lettura coincide con quella del Commissario europeo agli Affari economici, il lettone Valdis Dombrovskis, che ha escluso lo scenario recessivo. E i mercati sembrano dar ragione a entrambi: il prezzo del petrolio è sceso senza arrivare ai massimi storici nemmeno né termini nominali né al netto dell’inflazione. “Sta succedendo un po’ quello che è successo con i dazi – afferma l’economista – basta guardare le quotazioni del mercato azionario americano che sono tornate ai massimi storici. A Trump non conviene portare avanti la guerra, rischia anche lui”. Se il motivo non è la chiusura dello Stretto di Hormuz e lo choc energetico mondiale, allora qual è la motivazione di questa richiesta? “Chi credeva che scendere sotto il 3 per cento di deficit, come previsto dal Patto, avrebbe magicamente aperto spazio per fare manovre elettorali credeva a una bufala” risponde Cottarelli. “Per fare quel tipo di spesa elettorale bisogna sospendere il Patto di stabilità perché elimina il tetto massimo di deficit dopo il quale si entra in procedura di infrazione Ue”. L’Italia, rispetto alle altre grandi capitali europee, è la sola grande portavoce di questa richiesta e “per questo”, secondo Cottarelli, “non andrà avanti: gli altri stati non hanno la stessa esigenza e senza il rischio di una seria recessione la proposta non passerà. Se poi le cose peggioreranno per la chiusura prolunga di Hormuz, la sospensione potrebbe diventare necessaria”. Il Mef sta chiudendo il Documento di finanza pubblica (Dfp) in questi giorni ma si trova, con la guerra nel Golfo, a dover far i conti con il costoso taglio delle accise, una piccola spinta inflazionistica, e le variabili indipendenti italiane: crescita fiacca e consumi deboli. Il ministro Giorgetti sta anche aspettando il dato definitivo dell’Istat sul deficit in arrivo la prossima settimana, che, secondo le stime provvisorie di un mese fa, dovrebbe essere del 3,07 per cento nel 2025, appena 0,07 punti sopra la soglia. Dalla Commissione europea fanno filtrare che la procedura d’infrazione in cui l’Italia rischia di rimanere non avrà grandi conseguenze. Eppure basta guardare anche solo al mercato dei titoli di stato, senza addentrarsi in altri macro argomenti: non si può negare che la permanenza nella procedura non produrrà effetti. Cottarelli aggiunge: “Non che non cambi nulla, ma non è un dramma rimanerci. E poi, ripeto, guardate la Francia con il deficit al 5 per cento. Anche nel caso in cui per l’Italia ci fosse una recessione seria e il Patto non fosse sospeso, non sarebbe scandaloso sforare il 3 per cento e rimanere in procedura, in presenza di una seria recessione”. Cottarelli precisa che avrebbe disegnato diversamente le regole europee: l’Osservatorio sui conti pubblici aveva proposto una revisione del Patto che permettesse, in caso di recessione anche di un singolo paese, misure espansive mirate. “Invece si è seguito il vecchio approccio – aggiunge il direttore –. Così, anche se sei in recessione, il massimo che puoi fare è lasciare operare gli stabilizzatori automatici, cioè aumentare il deficit perché si riducono le entrate e aumentano i sussidi di disoccupazione. Di conseguenza, a oggi la sospensione generale resta la bomba atomica del Patto di stabilità”. Quindi va usata solo se il rischio è proporzionato. Sul debito italiano (138,4 per cento sul pil) che quest’ano supererà quello della Grecia (136,9 per cento), dopo che quest’ultimo in sei anni è crollato di oltre 70 punti, Cottarelli non sembra sorpreso: “Contabilmente è una novità, sostanzialmente no. Il debito greco verso i mercati finanziari è da anni molto più basso del nostro perché è prevalentemente nei confronti delle istituzioni e dei paesi europei, a tassi agevolati e scadenze lunghe. Per questo lo spread greco sta sotto il nostro”. Il vero problema resta sempre la crescita italiana dello zerovirgola: “Il Portogallo ha ridotto il rapporto tra debito pubblico e pil di 30 punti percentuali in otto anni. Sono tutti paesi che hanno ripreso a crescere e che hanno migliorato il loro deficit: Portogallo, Spagna e Grecia crescono al 2 per cento quest’anno perché sono diventati posti dove è più facile fare impresa. Sono stati forzati dalle crisi che hanno passato a fare riforme, che noi non abbiamo fatto: l’Fmi è entrato in Grecia e Portogallo, la Spagna ha avuto un programma dell’Ue per il settore bancario. Ora per noi, con una crescita dello 0,5 per cento, diventa molto difficile ridurre il rapporto debito/pil”. Un esempio per mostrare quanto conta la crescita? “Prenda l’Italia con il suo deficit attuale. Se aumentassimo di un solo punto la crescita e risparmiassimo le maggiori entrate che ne derivano, senza tagliare niente e semplicemente evitando di spenderle, dopo 15 anni avremmo un rapporto debito/pil più basso di 60 punti”. Un esempio estremo, ammette Cottarelli, ma che “mostra quanto è potente la crescita per ridurre il debito”.
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