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Qualche istruzione per l’uso dei giovani. Le idee di Velasco, De Giorgi, Banchi e Capobianco | Collector
Qualche istruzione per l’uso dei giovani. Le idee di Velasco, De Giorgi, Banchi e Capobianco
Il Foglio

Qualche istruzione per l’uso dei giovani. Le idee di Velasco, De Giorgi, Banchi e Capobianco

Il problema non è avere o meno un Lamine Yamal, ma non farlo giocare. In Italia accade questo. Essere giovani diventa una colpa in caso di errore. Se invece sbaglia qualcuno che ha più esperienza, ci si passa sopra. La crisi del calcio italiano ha tenuto banco nell’evento Il Foglio a San Siro e una piccola irruzione sul tema se l’è concessa anche Julio Velasco , ct campione olimpico e mondiale in carica con l’ItalVolley femminile. Tanto tempo fa, fu persino convinto a portare in quel mondo le proprie competenze. D’altronde il suo messaggio è universale e travalica i confini tra discipline: “Sembra sempre che i giovani vadano criticati come se fossero un unico pacchetto, tutti uguali, esiste un clima di disfattismo insopportabile. In Italia sono sempre meglio quelli degli altri, si crede poco ai nostri”. Accanto a lui, i colleghi commissari tecnici concordano sulla necessità di “un cambiamento culturale” , così come lo chiama Luca Banchi, ct della Nazionale di basket maschile da pochi mesi. “L’errore è parte fondamentale della crescita, va accettato e sopportato. Questo è l’approccio che bisogna adottare”. Con i giovani ha lavorato a lungo Andrea Capobianco , oggi alla guida della Nazionale femminile di basket che ha conquistato la qualificazione ai Mondiali 32 anni dopo l’ultima volta. “Odio i confronti tra giovani di epoche lontane. Quelli di oggi sono diversi perché è cambiato il mondo, non sono migliori o peggiori di quelli di ieri. Dalla mia esperienza di responsabile delle selezioni giovanili italiane, posso dire che i giovani non tradiscono. Dobbiamo avere coraggio nel farli crescere ed è un nostro dovere, ce lo ricorda il termine stesso allenare, etimologicamente vuol dire dare forza”. “Alcuni giocatori li convocherebbero tutti, altri invece vengono scovati nel sommerso. Ne vanno individuate le potenzialità, per poi svilupparle e accompagnarle in un percorso di crescita. Io, per esempio, l’ho fatto con Yuri Romanò a suo tempo”, ricorda Fefé De Giorgi, bi-campione mondiale con la Nazionale maschile di volley. “Io lavoro anche per i tecnici dei club, facendo capire loro che esistono molte risorse. Nelle mie prime convocazioni ho chiamato giocatori da Serie B e A2 per allargare la base, la Nazionale diventa una vetrina stimolante per mettersi in mostra e lavorare per il medio-lungo periodo” , commenta Banchi, costretto durante la stagione a rinunciare a chi gioca in Nba e in Eurolega. Una prospettiva che ribalta il significato della maglia azzurra, non solo come coronamento di una carriera, ma occasione per sperimentare e convincere le società a investire nei giocatori italiani. Una tendenza che già Roberto Mancini aveva introdotto nei suoi anni da ct, facendo esordire i vari Zaniolo e Pafundi prima che iniziassero a giocare nei loro club. “Servono atti concreti per dare consistenza a quello che spieghiamo”, sentenzia De Giorgi. Ma cosa sono gli atti concreti? Per Velasco, “provare a sostituire Egonu con Antropova”. Quindi, “avere la forza di cambiare un assetto che funziona per migliorare ancora, spronare in allenamento ed escludere chi non dà disponibilità piena alla Nazionale” . Non di certo il caso di Paola: “Quest’estate durante la Vnl darò un paio di mesi di riposo a lei e ad altre storiche titolari del gruppo per testare altre giocatrici e fare in modo che loro si ricarichino”. Ormai le conosce molto bene, playlist musicali comprese. “Le chiedo per capire come sono, perché per convincerle a fare ciò che spiego devo arrivare a loro. Altrimenti insegnerei all’università, ma non allenerei una squadra”. La dicotomia teoria-prassi ha coinvolto molto i ct: “Lo sport si basa sulla teoria ma è pratica, il nostro compito più difficile è tradurre le parole in fatti”, spiega Capobianco. “Io non chiedo la musica preferita alle mie giocatrici perché sono ignorante in materia, ma cerco comunque un modo per entrare in relazione con loro. Insegnare competenze è semplice, convincere a usarle è il nocciolo della questione. Le persone sono più importanti degli strumenti che offri”. “L’unica cosa che non mi convince sono i cantanti che ascoltano”, scherza De Giorgi, “sembra che abbiano tutti i problemi di questo mondo. Apprezzo quando i giocatori fanno partire De Gregori, lo considero un omaggio nei miei confronti”. Per Fefé a settembre ci sarà l’Europeo da giocare in casa: “Una bellissima esperienza, tutti però ci dicono che dobbiamo vincere. Nessuno considera che esistono gli avversari, non l’obbligo di vincere. Possiamo trasformarlo in un obbligo a dare il meglio”. Velasco conosce questa sensazione: “L’obbligo di vincere è il principale nemico di una squadra. Suscita ansia. Come governarla? Pensando solo palla su palla, non a quello che può succedere tra 2/3 punti”. Capobianco e Banchi prendono appunti. Il basket è ancora lontano dal poter raggiungere i risultati della pallavolo in Italia. “Guai però a parlare di invidia”, specifica Capobianco, “semmai di ammirazione, un sentimento che spinge a raggiungere chi sta sopra di te. La gelosia invece presuppone che io trascini qualcuno a un livello più basso”. Luca Banchi è dello stesso avviso e rilancia: “Vedo una classe futuribile, spero di tornare su questo palco con una medaglia visto che a quanto pare porta bene”. “Lo confermiamo”. Parola di De Giorgi e Velasco.

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