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Perù, un voto sulla Banca centrale
Il Foglio

Perù, un voto sulla Banca centrale

Con il 94 per cento delle schede scrutinate per le elezioni presidenziali, in Perù non si sa chi andrà al ballottaggio del 7 giugno con Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente autocratico Alberto, prima con il 17 per cento. Il secondo posto se lo contendono con il 12 per cento Roberto Sánchez, erede politico dell’ex presidente di estrema sinistra Pedro Castillo ora in carcere per tentato golpe, e con l’11,9 per cento il conservatore Rafael López Aliaga: li separano appena 10 mila voti. Lo spoglio è stato un caos: ritardi, migliaia di sparite, la polizia che perquisisce la sede della società incaricata di distribuire il materiale elettorale e López Aliaga che invoca un’“insurrezione civile” contro i brogli. Che il Perù sia una fucina di instabilità politica è noto: dieci presidenti diversi negli ultimi dieci anni. All’instabilità politica fa però da contraltare la stabilità economica, e il merito è soprattuto di Julio Velarde, che guida la Banca centrale dal 2006 ed è stato premiato più volte come miglior banchiere centrale del mondo. L’Ocse ha registrato dal 2008 al 2024 una crescita media del pil del 3,7 per cento annuo e un’inflazione bassa grazie alla credibilità e all’indipendenza della Banca centrale (un’eredità istituzionale positiva di Fujimori), così il Sol peruviano, nonostante le continue crisi politiche, tra le valute più stabili della regione. Ma ora, per la prima volta in venti anni, un candidato con possibilità di vittoria indica la Banca centrale e Velarde come bersaglio politico: il radicale di sinistra Sánchez ha annunciato che il primo giorno del suo governo rimuoverà Velarde, accusato di non rappresentare i veri peruviani. Ma il quarto mandato di Velarde scade a luglio 2026 e il banchiere non sembra intenzionato al rinnovo. Il tema non è tanto la permanenza o meno di Velarde, ma l’indipendenza dell’istituzione che finora ha tenuto in piedi l’economia peruviana. Il rischio è che stavolta a Lima, oltre all’instabilità politica, possano tornare i fantasmi dell’instabilità finanziaria e dell’iperinflazione degli anni ‘80.

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