Il Foglio
C’è un punto cieco nel dibattito ambientale europeo: la difficoltà crescente a distinguere tra obiettivi e strumenti. Gli obiettivi – ridurre le emissioni, accelerare la transizione, rendere sostenibile lo sviluppo – sono sempre più condivisi. Gli strumenti, invece, sono diventati terreno di scontro ideologico. Ed è proprio qui che si inceppa tutto: quando la politica smette di interrogarsi su cosa funziona e comincia a difendere ciò che è simbolicamente giusto. Un caso interessante per uscire da questa impasse arriva da un settore complicato, spesso dimenticato nelle narrazioni più semplicistiche: il trasporto aereo. Il tema è quello dei carburanti sostenibili per l’aviazione (SAF) , una tecnologia che non promette miracoli ma offre una possibilità concreta: ridurre le emissioni in un comparto difficilmente elettrificabile. Lo studio presentato dalla Fondazione PACTA – Patto per la Decarbonizzazione del Trasporto Aereo e illustrato da Marsh Risk presso il MoMeC di Roma, fotografa bene il punto: non esiste una sola strada. L’Europa ha scelto la via più ambiziosa e prescrittiva, con obiettivi vincolanti di miscelazione (6 per cento entro il 2030, 70 per cento entro il 2050) e un sistema di sanzioni; gli Stati Uniti quella più industriale, fatta di incentivi fiscali, programmi federali e collaborazione tra agenzie; il Regno Unito una via intermedia, che combina obblighi e sostegni agli investimenti. Tre modelli diversi, un unico obiettivo. E una lezione implicita: la transizione ecologica non è un dogma, ma un problema da risolvere . Il vero nodo, però, emerge quando si passa dalla teoria alla pratica. Oggi oltre il 90 per cento dei SAF deriva da rifiuti (principalmente oli vegetali esausti, grassi animali e residui dell'industria agroalimentare), ma la disponibilità di materie prime è limitata, le definizioni regolatorie europee sono più restrittive rispetto ad altre aree del mondo e la capacità produttiva è ancora lontana dagli obiettivi fissati. Il risultato è un gap strutturale tra ambizione normativa e realtà industriale, che rischia di trasformarsi in un problema sistemico. A questo si aggiungono fattori che raramente entrano nel dibattito pubblico: la competizione tra settori per le stesse risorse (biomasse, idrogeno, residui), la dipendenza da catene di approvvigionamento globali e l’instabilità geopolitica. La crisi in Medio Oriente, per esempio, può essere letta in modo ambivalente: da un lato come acceleratore della diversificazione energetica, dall’altro come moltiplicatore dei rischi già esistenti. Il pericolo è sostituire una dipendenza con un’altra, senza risolvere il problema di fondo. E’ qui che il pragmatismo diventa una virtù politica, non una resa. Significa accettare che la transizione richiede tempo, investimenti e soprattutto stabilità normativa, perché senza regole chiare e coerenti non esiste bancabilità dei progetti. Significa evitare che l’eccesso di regolazione diventi un freno agli investimenti o un vantaggio competitivo per chi, altrove, gioca con regole più flessibili . Ma significa anche non cedere al negazionismo: il problema esiste, e ignorarlo sarebbe altrettanto ideologico. Un altro elemento chiave è il cambio di paradigma che si intravede sia negli Stati Uniti sia, più lentamente, in Europa: il passaggio da obiettivi quantitativi a sistemi basati sulla contabilizzazione delle emissioni. Non più solo percentuali da rispettare, ma valore economico legato alla riduzione effettiva della CO₂. È una transizione culturale prima ancora che tecnica, che apre lo spazio a soluzioni diverse e rafforza il principio della neutralità tecnologica. C’è poi un elemento spesso rimosso: il rischio. Il rischio industriale, il rischio tecnologico, il rischio geopolitico. Il SAF dipende da filiere globali, da materie prime concentrate in pochi mercati, da investimenti ad alta intensità di capitale. Pensare di eliminarlo è illusorio. Gestirlo, invece, è l’unico modo per trasformarlo in opportunità. Forse è proprio qui che il caso dei carburanti sostenibili offre una lezione più ampia. Le politiche ambientali funzionano quando smettono di essere una dichiarazione di purezza e diventano una strategia. Quando tengono insieme sostenibilità e competitività, innovazione e realismo, ambizione e fattibilità. Non è una posizione tiepida. È, al contrario, l’unica posizione radicale possibile oggi: quella che prova a cambiare le cose senza raccontarsi favole.
Go to News Site