Il Foglio
In tanti ci domandiamo, ormai da mesi, come mai la famiglia del bosco sia tanto presa di mira da servizi sociali e giudici, mentre famiglie da ogni punto di vista certamente peggiori, che non solo non mandano i figli a scuola ma insegnano loro a rubare, non patiscono alcun rigore della legge. La risposta sta nel fatto che la loro povertà , la loro vita senza acqua corrente e riscaldamento, senza telefonini e automobili, è frutto di una scelta, è voluta. Non è conseguenza di ancestrali stili di vita, né di disgrazie recenti, cioè una povertà verso la quale in genere siamo tolleranti, se non addirittura benevoli. Perché proprio il fatto di scegliere la povertà, in una società protesa all’accumulazione dei beni e che si fonda sullo sviluppo economico, costituisce un’eresia, una critica pericolosa che potrebbe mettere a repentaglio tutto l’ordine sociale. L’ho capito leggendo il bel libro di Barbara Frale La regola segreta di san Francesco, che ricostruisce con grande perizia storica e conoscenza degli archivi medievali le questioni sorte intorno alla sua pretesa, da quasi tutti considerata assurda, dell’assoluta povertà. Sì, certo Francesco, come raccontano le biografie di successo uscite nell’ultimo anno, sarà stato anche molto moderno, pacifista, ecologo ante litteram, aperto al dialogo con i musulmani, ma il cuore della sua missione era la scelta di povertà, alla quale non voleva assolutamente rinunciare. E questa proposta era così sconcertante, così disturbante che ancora un secolo dopo la sua morte la Chiesa era divisa da una guerra intestina che lacerava l’ordine francescano, ormai una forza importante, che in buona parte proprio sull’obbligo della povertà era venuto a più miti consigli. Frale inizia proprio da questa guerra interna fra spirituali, cultori della fedeltà assoluta alla regola di Francesco, e conventuali , cioè coloro che avevano notevolmente ammorbidito la regola a proposito della povertà e avevano fatto sparire i documenti che provavano l’inflessibilità originaria di Francesco su questo punto. Con uno stile appassionante, ma senza abbandonare mai il terreno della puntigliosa ricerca archivistica, da brava officiale della Santa Sede, Frale ricostruisce innanzi tutto il contesto storico in cui Francesco si muoveva, nel quale molti erano i movimenti che stavano nascendo all’insegna della povertà e cercavano il riconoscimento del Papa. Molti non l’avrebbero ottenuto – basti pensare ai valdesi – e sarebbero finiti nel novero degli eretici. Capiamo dunque che Francesco si stava muovendo su questo difficile crinale, e anche che il problema della povertà era diventato centrale in un momento storico in cui le gerarchie ecclesiastiche si stavano rafforzando politicamente e di frequente vivevano nel lusso. Anche se molti documenti, tra cui la paginetta presentata a Papa Innocenzo III sulla quale, confermata da molte citazioni evangeliche, Francesco aveva scritto la sua prima regola, sono scomparsi, Frale riesce però a ricostruirli con buona approssimazione, e soprattutto ricostruisce le difficoltà affrontate dal futuro santo arrivato a Roma per ottenere l’accettazione pontificia, le sue peregrinazioni e le sue mosse per ottenere il sospirato consenso. A Francesco sarebbe bastato l’approvazione orale strappata alla fine a Innocenzo III, ma poi le pressioni dei frati lo indussero, alla fine della sua vita, a scrivere un’altra regola, meno dura, che fu poi ancora addolcita da Onorio III, il Papa che però questa volta ne garantì l’accettazione con una bolla ufficiale. Ma neppure questa via istituzionale percorsa da Francesco bastò a evitare le lotte fra le fazioni rigoriste e quelle, per così dire, lassiste. La ricerca di documenti sopravvissuti all’epurazione dei superiori dell’ordine divenne così una vera e propria missione dei francescani detti spirituali . E qui si poteva finire nelle atmosfere tinte di giallo del Nome della rosa, ma la nostra autrice non si fa trascinare su questo piano e non si discosta mai dai documenti. Uno dei punti più intensi del libro è quando Francesco, con i compagni che l’avevano accompagnato a Roma, sulla strada del ritorno si ferma per un po’ vicino a Orte, in un luogo isolato, per vivere secondo i suoi progetti. Credevano di essere riusciti a salvare il radicale progetto di vita, come racconta Tommaso da Celano nella cosiddetta Vita prima: “Erano felicissimi di non vedere e di non possedere alcuna cosa vana o dilettevole ai sensi. Cominciarono così a stringere un patto d’alleanza con la santa povertà e, nella grande consolazione di essere privi di tutto ciò che il mondo ama, si proponevano di vivere poveri per sempre e ovunque, come in quel momento. E poiché liberi da ogni preoccupazione terrena, trovavano piacere solo nelle consolazioni divine, deliberano irrevocabilmente di non sciogliersi mai, per nessuna tribolazione o tentazione, dall’abbraccio della povertà”. Una via così radicale e difficile poteva essere percorsa solo con la guida diretta di Francesco : la Chiesa, ben consapevole delle debolezze umane, è così intervenuta. Ma la speranza e la nostalgia di quel momento in cui si è stati vicini come non mai a realizzare la radicalità dei precetti evangelici hanno continuato a agitare e mettere in crisi la vita cristiana. Come, se ascoltiamo le vere parole di Francesco, succede ancora oggi.
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