Il Foglio
In una poesia del 1993 intitolata “La fine e l’inizio”, Wislawa Szymborska racconta la sproporzione tra l’opera del Tempo e il tempo delle opere: laddove l’uomo massacra, distrugge e poi cerca di ricostruire, il Tempo semplicemente scorre, copre, ricopre, cancella. Dopo le bombe, dopo l’orrore, il sangue e le deportazioni, ecco che anche le tv se ne vanno, inseguendo altre guerre più appetitose, e lasciando al buio un paesaggio di distruzione che assomiglia a mille altri paesaggi di distruzione. Chi resta deve darsi da fare e – poco telegenicamente – rimboccarsi le maniche fino a ridurle a brandelli, spalare le macerie dalla strada perché passino carri pieni di cadaveri, sprofondare nel fango per rimettere in sesto, e infine raccontare quello che ha visto. Nel giro di poco tempo verranno uomini e donne per cui tutto questo disastro sarà solo un racconto. E, presto, coloro per i quali parlare di ciò che è stato risulterà perfino un po’ noioso. “Chi sapeva di che si trattava / deve far posto a quelli / che ne sanno poco”. E poi a quelli che non ne sanno nulla. “Sull’erba che ha ricoperto / le cause e gli effetti / c’è chi deve starsene disteso / con una spiga tra i denti / perso a fissare le nuvole”. Però, per fortuna, c’è il racconto – il mestiere più vecchio del mondo. Il mestiere di chi, un pezzo di vita, la salva perché non vada perduta. Questa poesia sembra accompagnare il senso di “La vita sempre” di Elena Varvello (Guanda), romanzo che attraversa la storia del Novecento grazie alla vicenda di Francesco (giocatore, seduttore, flâneur e “testa guasta, nessun onore e disciplina, nessun amor patrio, nessuna dignità”) e Teresa (nata nella via dei pezzenti, esile di spalle ma robusta di carattere). I due si trovano, si amano, poi ci si mette la Storia. Ma ci si mette anche Varvello, che quella storia riscatta raccontando. Chiarezza subito: il romanzo, diviso in quattro parti, non ha niente a che vedere con la ridda delle produzioni in serie firmate da scrivani-cosplayer che hanno individuato nella Seconda guerra mondiale un cartonato per sfondo melodrammatico-epico sempre valido proprio perché ormai invalidato − invalidato da questi stessi romanzi riprovevoli che riducono un’intera epoca a poco meno di un rendering emozionale spogliato di qualunque esigenza e vitalità narrativa. Varvello è d’altra pasta. E lo fa capire dalla prima pagina, non perdendosi in estetismi e contando molto sul ritmo. Un ritmo che trascina parole e lettore e serve a raccontare quel tempo lì, il tempo del fare e disfare, e tutte le supreme sfacchinate dell’umanità che vive, muore e si reinventa perché alternative non ce ne sono – alternative a vivere la vita, sempre, non ce ne sono. “La vita non è questa fame?”. Varvello non ricama, non solfeggia, non si perde nel macramé, e la storia è come se si raccontasse da sé, rafforzando, pagina dopo pagina, la volontà giustissima della scrittrice di nascondersi, di sparire, di far parlare e vivere loro. Mentre lei, che dice “io” per la prima volta a pag. 143 facendo cambiar marcia alla narrazione, scrive: “Eccoli, l’uno di fianco all’altra – mentre li penso, li immagino – nella pioggia di un giorno di marzo del 1939”. Varvello pensa in metrica e scrive in prosa la grande epopea di un uomo, di una donna e del poco che si sa della vita e della Storia quando si confondono fino a coincidere. E riporta tutto a casa – comprese, una per una, le molte vite che servono per approdare a un “finalmente”.
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