Il Foglio
Carlo Calenda non sta chiedendo un intervento militare nel conflitto mediorientale. Sta dicendo una cosa più precisa – e più difficile da contestare: Azione sosterrà in Parlamento una missione nello Stretto di Hormuz solo se sarà condotta insieme ai partner europei. Non un’iniziativa solitaria, non un allineamento automatico agli Stati Uniti, ma un’operazione condivisa, con mandato politico e regole chiare. E per questo invita tutte le opposizioni a fare lo stesso. Il punto è il contesto. Dopo le tensioni crescenti nella regione, la sicurezza di Hormuz – passaggio cruciale per energia e merci – è tornata una questione strategica. La riunione dei “volenterosi” nasce proprio per questo: capire se esiste uno spazio per una missione di protezione del traffico commerciale, separata dai belligeranti, con una postura difensiva. Non attaccare, ma garantire che le navi possano passare. È qui che la posizione di Calenda acquista senso politico. Non si tratta di “entrare in guerra”, ma di evitare che l’Europa resti spettatrice mentre uno snodo vitale per la sua economia diventa instabile. Difendere Hormuz significa difendere anche interessi europei: approvvigionamenti energetici, stabilità dei prezzi, sicurezza delle rotte commerciali . E significa farlo con un metodo: insieme agli europei, con un voto parlamentare, dentro una cornice legittimata. Per l’opposizione è un banco di prova. Dire no per principio è facile, ma rischia di essere miope. La proposta di Calenda obbliga a una scelta più adulta: distinguere tra escalation e responsabilità. Lo farà probabilmente Matteo Renzi. Lo farà Giuseppe Conte? Lo farà Elly Schlein? È qui che si misura la differenza tra opposizione riflessa e opposizione responsabile.
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