Collector
Gas e petrolio sono il tesoro virtuale del sottosuolo europeo | Collector
Gas e petrolio sono il tesoro virtuale del sottosuolo europeo
Il Foglio

Gas e petrolio sono il tesoro virtuale del sottosuolo europeo

C’era un tempo in cui gli americani combattevano guerre per il petrolio. Oggi di conflitti per il petrolio ne combattono ancora: ma non per mettere in sicurezza le proprie importazioni, quanto per controllare quelle altrui (in particolare, quelle cinesi). Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno conquistato l’autosufficienza energetica . La svolta è stata la shale revolution : riuscire a sfruttare giacimenti di petrolio e gas non convenzionali, grazie allo sviluppo tecnologico e a forti investimenti . E così gli Usa sono passati dall’essere importatori netti a esportatori. Anche l’Europa ha nel sottosuolo risorse ben più ampie di quanto si immagini . Il fatto che l’Europa resti importatrice di energia – e quindi non sfrutti questi giacimenti – è per buona parte frutto di scelte politiche. Quando si parla di shale oil e shale gas si fa riferimento a idrocarburi intrappolati in rocce molto compatte, spesso argillose, simili a una spugna quasi impermeabile che trattiene il gas nelle sue micro- porosità. Non è un giacimento “vuoto” da cui il gas fluisce da solo: è più come cercare di spremere acqua da una pietra. Per questo servono due tecniche insieme. La perforazione orizzontale consente di entrare nel sottosuolo e poi piegare il pozzo seguendo lo strato roccioso per chilometri. Il fracking , invece, consiste nell’iniettare acqua, sabbia e additivi ad altissima pressione per creare minuscole crepe nella roccia: la sabbia tiene aperte queste fratture, permettendo al gas o al petrolio di fuoriuscire. E’ come incrinare un blocco di vetro dall’interno per liberare ciò che c’è intrappolato. Ma quanti giacimenti di questo tipo sono presenti nel continente europeo? Secondo una ricerca della Commissione europea del 2017, sarebbero 82 le formazioni di gas e petrolio shale presenti in 38 bacini di 21 paesi membri . I geologi hanno stimato con il 50 per cento di probabilità l’esistenza di 89,2 mila miliardi di metri cubi di gas e 31,4 miliardi di barili di petrolio. Si tratta però di risorse teoriche: volumi presenti nel sottosuolo ma non necessariamente recuperabili con le tecnologie attuali o a costi sostenibili. Il gas non convenzionale si concentra soprattutto nel Regno Unito e in misura significativa in Polonia, Romania e Ucraina; mentre per il petrolio emergono soprattutto Polonia e Bulgaria, seguite da Francia, Portogallo e altri bacini minori diffusi in varie aree europee. Uno studio del Parlamento europeo risalente al 2014 provava invece a mettere in fila le cifre sulle risorse realmente sfruttabili. Lo studio stimava circa 14 mila miliardi di metri cubi di shale gas , il triplo rispetto alle risorse convenzionali. Meno che negli Stati Uniti, ma comunque sufficienti – se sfruttati – per  coprire buona parte della domanda europea. Ma già dieci anni fa venivano messe in fila le ragioni che giustificavano il pessimismo sulla capacità europea di sfruttare queste risorse. Negli Stati Uniti i bacini sono più estesi e omogenei, i diritti minerari incentivano lo sfruttamento e la filiera industriale è sviluppata; in Europa, invece, i giacimenti sono più frammentati, i costi più elevati e l’opposizione regolatoria più forte. D’altronde la Borgogna non è certo il Texas. Non a caso, anche nelle ipotesi più ottimistiche, la produzione europea sarebbe rimasta marginale rispetto a quella americana. Il caso della Polonia è esemplare per capire perché queste risorse restano in gran parte sulla carta. Per anni Varsavia è stata il laboratorio europeo dello shale : concessioni a raffica, grandi compagnie internazionali coinvolte, aspettative altissime – si parlava di volumi in grado di cambiare gli equilibri energetici del paese. Ma tra risultati deludenti dei primi pozzi, incertezze regolatorie e forte opposizione locale, il progetto si è progressivamente sgonfiato. Le major come Exxon, Chevron e Total hanno abbandonato le esplorazioni, e nel giro di pochi anni le trivellazioni si sono praticamente fermate. Per sviluppare un’industria di questo tipo – anche nell’ipotesi che l’Europa decidesse di imboccare questa strada – servirebbero comunque tra i 10 e i 15 anni di investimenti . Lo stesso lasso di tempo richiesto agli Stati Uniti per passare da importatori netti a potenza energetica quasi autonoma. Oggi, però, è difficile immaginare che l’Europa disponga di tutto questo tempo: i target di neutralità climatica fissati per la metà del secolo e gli obiettivi di riduzione dei consumi di gas spingono in una direzione opposta. Un contesto che non rende attrattivo il mercato europeo agli investitori privati. Resta così una dipendenza che, almeno nel breve periodo, obbliga l’Europa a guardare con ansia allo Stretto di Hormuz. Nella speranza che rinnovabili e nucleare riescano, prima o poi, a colmare un vuoto che oggi resta soprattutto politico.

Go to News Site