Il Foglio
Qualcuno aveva definito la musica dei Tortoise come post-rock e a loro non è mai piaciuto tanto ma qualsiasi etichetta gli sarebbe stata comunque stretta vista la ricchezza e l’innovazione con cui hanno dato forma e sostanza a una musica irriconoscibile ma inconfondibile. In poco più di trent’anni la band di Chicago ha sapientemente fuso rock, jazz, elettronica, loop minimali e dub in brani strumentali così sfaccettati da trasformare i Tortoise in veri e propri architetti sonori. Dopo quasi dieci anni di assenza dai palchi sono arrivati la scorsa settimana in Italia per portare in scena l’acclamatissimo disco “Touch”, uscito a fine 2025 per International Anthem e Nonesuch, le due etichette discografiche più raffinate del panorama internazionale, e definito da Pitchfork “un ascolto rumoroso, instabile e stranamente commovente”. C’è grande attesa tra il pubblico maturo che li aspetta negli spazi del Link, il centro polifunzionale nella periferia bolognese che rimanda tanto alla Chicago depressa in piena crisi “Rust Belt”, la cintura geografica arrugginita delle fabbriche e delle acciaierie del Midwest americano. In un enorme ex magazzino industriale il bassista Doug McCombs e il batterista John Herndon fondano nel 1990 questa strana entità chiamata Tortoise con l’idea di contaminare l’irruenza dell’indie rock con stili e musiche di diversissima estrazione. Nel 1994 esce il loro primo omonimo album e nel 1996, affiancati dal batterista e produttore John McEntire, dal batterista e percussionista Dan Bitney e dal chitarrista David Pajo (poi sostituito dal geniale Jeff Parker) prende forma “Millions Now Living Will Never Die”, che diventa immediatamente il punto di riferimento di tutta la musica sperimentale prodotta da allora. Sui generis il loro assetto dal vivo, anche in questo tour: due batterie, l’una di fronte all’altra, due vibrafoni, due tastiere, due chitarre e due bassi. Come chiamarla, questa musica che muta forma a ogni canzone, se non post-rock ? Il concerto di Bologna, a dirla tutta, si apre con una batteria molto rock suonata da Herndon in sneakers e cappellino, mentre gli altri membri della band in jeans e camicie colorate saltellano eccitati. Nonostante un impianto audio non adeguato all’occasione il pubblico gioisce con la band e immediatamente avviene la straordinaria metamorfosi musicale: il rock viene dilatato dalle due chitarre che producono riff taglienti, McEntire e Bitney fanno brillare il vibrafono di lontani echi jazzati mentre il barbuto McCombs spara note spaghetti western come fossero proiettili infuocati. Quasi a ogni brano la formazione si alterna agli strumenti, con una perizia tecnica e una sensibilità artistica impressionante, andando a ripescare anche brani dei vecchi album, come il capolavoro “TNT” del 1998 (grazie anche al sostegno del chitarrista James Elkington che sostituisce Parker, assente per motivi personali). A un certo punto abbandonano completamente l’assetto rock e le batterie per andare a suonare, in tre, i vibrafoni: le moltiplicazioni sonore del decano del minimalismo Terry Riley riecheggiano in quel gioiello che è “Ten-Day Interval”, un paesaggio sonoro che ripropone il passato e il futuro della musica in meno di cinque minuti, come se i Can, i King Crimson e Brian Eno suonassero tutti insieme dentro un ascensore. Non c’è ornamento inutile nella musica dei Tortoise, tutto è suonato con la consapevolezza e la lucidità degli architetti sonori che non arredano le canzoni di noiosi orpelli ma che moltiplicano lo spazio e il tempo. Una totale devozione alla musica. La lunga attesa del pubblico, come ha scritto Mojo Magazine, è piacevolmente ripagata. Il rock è morto, viva il post-rock .
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