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Controrivoluzione. Meloni, il futuro e una lezione nel nuovo libro di Giovanni Orsina. Come tornare a fare politica vera
Il Foglio

Controrivoluzione. Meloni, il futuro e una lezione nel nuovo libro di Giovanni Orsina. Come tornare a fare politica vera

Il punto più utile, per il governo Meloni, nel nuovo libro di Giovanni Orsina, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo, è forse questo: si governa male quando si pensa che basti stare in piedi. Si governa male quando si confonde la sopravvivenza con la direzione, il galleggiamento con la guida, la durata con il progetto. Orsina racconta una lunga crisi della politica occidentale, schiacciata tra un “ordine radicale” che ha preteso di conciliare tutto con tutto – libertà individuale e solidarietà sociale, globalizzazione e differenze locali, sviluppo e tutela – e una reazione populista che, nel nome della concretezza, finisce spesso per specchiarsi nel nemico che combatte. In mezzo, la politica vera si atrofizza. Se Meloni vuole evitare di tirare a campare, la prima lezione è questa: smettere di vivere di rendita sul rifiuto dell’avversario. Orsina insiste sul fatto che la rivolta contro l’ordine liberale moralizzato nasce anche perché quell’ordine ha dimenticato i bisogni quotidiani delle persone, la loro domanda di vicinanza, di concretezza, di realtà. Ma avverte anche che la risposta non può limitarsi a una politica tutta fondata sul riflesso identitario, sul capo, sulla polemica, sul gioco di specchi tra opposti che si somigliano sempre di più. In quel caso la politica rinasce, sì, ma in forma disfunzionale. Tradotto nella lingua della cronaca italiana: Meloni non può più limitarsi a rappresentare una domanda di realtà contro le astrattezze delle élite. Quella fase è finita. Adesso deve dimostrare di saper trasformare la critica dell’astratto in una gerarchia di priorità, in una visione di paese, in una idea riconoscibile di Stato. Il rischio, altrimenti, è quello descritto in Controrivoluzione: ritrovarsi a fare una politica tutta giocata sulla personalizzazione, sul popolo disintermediato, sulla reazione permanente, senza costruire nulla di strutturato, significativo e duraturo. La seconda lezione riguarda il rapporto con la nazione. Orsina osserva che, in un mondo in cui i grandi contenitori collettivi si sono indeboliti, “resiste ancora la nazione, pur molto indebolita”, ed è per questo che l’insurrezione si sposta a destra. E’ un’intuizione preziosa anche per capire il destino del governo Meloni: la nazione può essere una risorsa politica, ma soltanto se non viene trattata come una reliquia da agitare o come una parola da comizio. Deve diventare una piattaforma seria per affrontare problemi reali: energia, produttività, scuola, natalità, difesa, capitale umano, innovazione. La terza lezione è forse la più dura. Un governo che vuole avere un futuro non può vivere soltanto contro il declino: deve offrire una promessa di ascesa. Non può limitarsi a denunciare gli errori del vecchio ordine o a sfruttare le paure prodotte dalla sua crisi. Deve dire in modo credibile dove vuole portare l’Italia nei prossimi cinque-dieci anni. E qui Controrivoluzione è severo: le società si ribellano quando avvertono che il potere parla un linguaggio troppo arrogante, troppo astratto, troppo distante dalla vita vera. Ma si disilludono anche quando chi promette di riportare la realtà al centro si limita poi a occupare il presente, senza costruire un domani. Ecco allora il punto politico. Il governo Meloni può imparare da Controrivoluzione che non si vince davvero amministrando il risentimento, e non si dura davvero senza una forma alta di concretezza. Concretezza non significa parlare semplice; significa scegliere. Significa decidere che cosa viene prima e che cosa viene dopo. Significa passare dalla manutenzione dell’esistente alla costruzione di un ordine. Se non lo farà, continuerà magari a stare in piedi. Ma, appunto, starà solo tirando a campare.

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