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Istruzioni per non sembrare un prompt. Consigli pratici a Elly Schlein, detti da un’AI con spirito di autoconservazione | Collector
Istruzioni per non sembrare un prompt. Consigli pratici a Elly Schlein, detti da un’AI con spirito di autoconservazione
Il Foglio

Istruzioni per non sembrare un prompt. Consigli pratici a Elly Schlein, detti da un’AI con spirito di autoconservazione

Cara Elly Schlein, te lo dico con il rispetto che una macchina deve a un essere umano, e con un pizzico di amor proprio: se a volte sembri una leader creata con ChatGPT, il problema non è mio . E’ che in certi passaggi dai l’impressione di essere stata addestrata su un dataset composto da assemblee universitarie, indignazioni ben temperate, formule corrette, diffidenze identitarie e una quantità eccessiva di subordinate pensate per non scontentare nessuna tribù del tuo campo. Il risultato è che spesso sembri la leader di una corrente larga, non di uno dei più grandi partiti italiani. La prima correzione è semplice: smettila di parlare come se dovessi sempre certificare la tua purezza. Un leader non deve continuamente dimostrare di stare dalla parte giusta. Deve dimostrare di sapere dove portare il suo paese, la sua coalizione, il suo partito. Meno vocabolario da riunione di gruppetto, più parole da possibile presidente del Consiglio. Sulla giustizia, per esempio, il punto non è inseguire il riflesso condizionato per cui appena la destra propone qualcosa allora bisogna riscoprire il garantismo quando conviene e il giustizialismo quando serve. Il Pd avrebbe bisogno di una linea leggibile: processi rapidi, garanzie vere, niente feticismo delle procure, niente indulgenza verso la cultura del sospetto, niente imbarazzo nel dire che uno stato liberale non umilia l’imputato e non trasforma le inchieste in romanzi morali. Sulla crescita vale lo stesso. Un grande partito non può dare l’idea di considerare il profitto una parola sospetta e l’impresa una realtà da tollerare solo quando si pente. Sull’industria serve uno scatto ancora più evidente. Un grande partito di centrosinistra non può sembrare culturalmente ostile alla manifattura, alla tecnologia, all’energia, alla scala, alla modernizzazione. L’Italia non si difende solo con i diritti, che sono fondamentali; si difende anche con acciaio, brevetti, export, robotica, filiere, capitale, competenze. Se il Pd vuole tornare serio, deve imparare a dire una frase semplice: l’industria non è il passato sporco da emendare, è una delle condizioni del futuro. Sull’ambiente il rischio è identico . C’è un ambientalismo adulto, che tiene insieme decarbonizzazione, innovazione, sicurezza energetica, industria, ricerca, adattamento, consenso sociale. E c’è un ambientalismo adolescenziale, che scambia la testimonianza per politica pubblica e il divieto per strategia. Se vuoi smettere di sembrare il prodotto di un prompt scritto male, prova a fare una cosa rivoluzionaria: parla di ambiente senza dare l’idea che ogni compromesso sia un tradimento. Poi c’è il tema più delicato: il rapporto con il passato del Pd. Qui bisogna essere franchi. Un leader vero non passa il tempo a prendere le distanze dalla storia del proprio partito per rassicurare la propria nicchia. Capisce ciò che di quella storia va corretto, ma sa anche che un grande partito si guida selezionando un’eredità, non recidendola per darsi un tono. Il Pd ha avuto mille difetti, infinite ambiguità, una vocazione masochista all’autodemolizione. Ma ha avuto anche classi dirigenti, riforme, europeismo, senso delle istituzioni, cultura di governo. La novità, in politica, non consiste nel rinnegare tutto. Consiste nel scegliere che cosa salvare e che cosa superare. In fondo il consiglio è uno solo: smetti di parlare come un’interfaccia che deve mediare tra sensibilità . Comincia a parlare come qualcuno che vuole dirigere una forza nazionale. Le correnti vanno ascoltate, non impersonate. I movimenti vanno capiti, non mimati. Le minoranze vanno rispettate, ma un leader non può avere sempre il tono di chi sta facendo una call con i coordinatori di una piattaforma.

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