Il Foglio
Sarebbe un mondo magnifico se ogni scrittore, scrittrice e intellettuale di valore compilasse in vista dell’addio terreno una propria autocronologia . Un testo che possa dissipare i dubbi e restare, come un Bignami, concisa bio senza sbrodolamenti a far da scheletro alla lettura filologica o amatoriale dell’opera, una pagina Wikipedia di cui ci si possa fidare . Ovviamente a scriverne una è stato Alberto Arbasino , con la sua intelligenza che non smette di stupirci (quando smetterà di farlo si riprenda in mano Le piccole vacanze , e si ricominci da capo). L’Autocronologia, che Adelphi pubblica oggi con la prefazione di Raffaele Manica , nasce come apparato biografico per i due volumi dei Meridiani Mondadori , nostrana Pléiade, curati tra il 2009 e il ’10 da Manica, monumento in vita ad A.A. che ci avrebbe salutato un decennio dopo. Questa versione è però nuova, rilavorata, come spesso accadeva con A.A. che credeva nella mutevolezza dei libri, che non finiscono mai di essere scritti. L’Autocronologia è un modo per riordinare le carte e dissipare dubbi, aiutando anche fan e studiosi . E’ una forma di controllo, ma anche un gesto di cortesia borghese, lombarda, faticosissima, considerata la reticenza di A.A. a parlare dei fatti suoi – come viene fuori anche dal documentario diretto da Michele Masneri e Antongiulio Panizzi , Stile Alberto , dove scopriamo il vero nome di A.A., e cioè Nino , e pure quello del suo fidanzato sepolto accanto a lui. E come dice Manica nella prefazione, questa “forma di riservatezza estrema” fa lavorare un sacco entrambi al testo, con ansie e retromarce, finché A.A. non “cominciò, diciamo, a rilassarsi quando ebbe la consapevolezza che questa cronologia alla fine somigliava a tutti i suoi libri, e non era, da un certo punto di vista, una cosa nuova”. Ciò che manca dei fatti propri viene però compensato da una esaustiva enciclopedia di ciò che ha formato l’autore di Fratelli d’Italia . Troviamo così elenchi che da soli potrebbero diventare programmi scolastici, to-do-list da dare agli aspiranti autori e arrivisti e futuri Rastignac – libri, quadri, e teatro, tantissimo teatro, opera, mostre, esperienze, città, piazze – tutto un arco trionfale del name-dropping, che è addestramento e costituzione: siamo anche chi abbiamo conosciuto. E lo diceva Ben Lerner, come primo consiglio di scrittura, che è fondamentale sapere che cosa hanno letto i nostri maestri. Studiare la genealogia. Tra Liguria e Appennino, “ci scambiavamo Comisso, Vittorini, Caldwell, James Cain, Ungaretti, Montale , notizie su Proust, e salamini”. E così ci troviamo in questo tourbillon che è stata la vita di A.A. Gli studi diplomatici, borsista all’Ipsi, semestri parigini a Sciences Po – i corsi di Raymond Aron e Edith Piaf all’Olympia – Londra con T. S. Eliot, poi Roma, colazione in via Frattina tra gente dello spettacolo e “continui motti di spirito”. L’Aia e deviazioni mitteleuropee – Praga “allora più sinistra di qualunque Kafka”. I grandi viaggi e le pubblicazioni non accademiche, per Einaudi, sotto l’ala di Calvino. Kissinger, il New England e New York, che è soprattutto Broadway e off-Broadway. I giornali, quando i giornali contavano (come ricorda Masneri), i libri celebrati o snobbati, e pure una pessima esperienza in Parlamento, “quattro anni di fatiche gravi”. Match. Viaggi sempre più esotici, India, Mekong, Aleppo. Gli amici scomparsi troppo presto – Testori, Pasolini e Parise. I premi e i convegni e le riscritture e Che tempo che fa. Arbasino per sempre “ spettatore, ascoltatore, lettore, dunque destinatario e talvolta interlocutore e comunque fruitore-utente (come i ‘dilettanti’ del Sette-Ottocento), quindi ignorato o biasimato e concretamente avversato dai ‘baroni’ settoriali in ogni mini-territorio esclusivo delimitato da tante pipì accademiche, specialistiche, cattedratiche”.
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