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Il caso Debel e l’ipocrisia globale sui cristiani perseguitati
Il Foglio

Il caso Debel e l’ipocrisia globale sui cristiani perseguitati

Sei militari israeliani, compreso quello col martello che ha colpito la statua di Gesù, sono stati arrestati e sospesi dal servizio. Arrestati gli autori del fatto e sospesi quelli che non sono intervenuti né hanno denunciato l’atto. Rimossi dal servizio e condannati a trenta giorni di detenzione militare. Il fatto, che ha scandalizzato l’opinione pubblica e le cancellerie occidentali, è avvenuto nel villaggio cristiano libanese di Debel. Le indagini hanno stabilito che il comportamento dei soldati “ si è discostato completamente” dagli ordini e dai valori dell’Idf . Israele ha intanto già ricostruito con i residenti locali una nuova statua di Cristo, collocata oggi al suo posto. L’episodio ha suscitato rabbia tra i leader cristiani. Tutti i capi israeliani, dal premier Benjamin Netanyahu al ministro degli Esteri Gideon Sa’ar al presidente Isaac Herzog, commentando l’incidente si sono detti “scioccati e rattristati”. Così agisce una grande democrazia pluralista e multiculturale, pur ferita, dopo un simile fatto grave . Poi c’è il resto del medio oriente. Paesi dove non si può introdurre una Bibbia (Arabia saudita) pena la morte, dove lasciare l’islam porta alla prigione (Qatar) e alla forca (Iran) e dove si chiudono le chiese senza motivo (Egitto). In Israele un soldato rompe una statua e partono l’inchiesta, le condanne, le ricostruzioni e le scuse di stato. Giusto. Altrove, ovunque da Casablanca a Calcutta, si distruggono e cancellano intere comunità cristiane e nessuno dice una parola. Ridicolo. Non c’è bisogno di aspettare che un soldataccio israeliano spezzi una statua per aprire bocca sulla condizione di persecuzione e sottomissione dei cristiani in medio oriente. Dove, per inciso, l’unico paese dove aumentano di numero anziché diminuire è uno soltanto. Non è difficile indovinare quale.

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