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Un bilancio dello storico viaggio di Leone XIV in Africa
Il Foglio

Un bilancio dello storico viaggio di Leone XIV in Africa

Roma . Si conclude oggi il viaggio apostolico di Leone XIV in Africa. Dieci giorni per quattro paesi, dal Maghreb algerino all’Angola, passando per il Camerun e la Guinea Equatoriale. Se non ci fosse stato Trump, che mentre l’aereo rullava sulla pista di Fiumicino accusava il Papa di essere un amante del crimine, molta più attenzione sarebbe stata dedicata a un viaggio fortemente voluto da Robert Prevost . L’ha detto lui stesso: appena eletto, espresse il suo desiderio di recarsi in Africa. Subito si manifestò la possibilità di andare in Algeria. Niente di meglio per un “figlio di sant’Agostino”, come si definì sulla loggia delle Benedizioni. E’, di fatto, il suo primo vero viaggio . Quello in Turchia e Libano, era stato ereditato da Francesco. Leone XIV non è andato in una terra di missione, bensì in quello che oggi è il grande polmone del cattolicesimo, lì dove la Chiesa cresce più che altrove. Non a caso, un giornalista angolano ha domandato al Pontefice se non sia il caso di erigere qualche altra diocesi, visto che quelle esistenti non riescono ormai a soddisfare “la domanda”. “E’ sempre una gioia vedere i luoghi nel mondo dove la Chiesa sta crescendo. E sappiamo tutti che ci sono altri luoghi del mondo dove succede il contrario. Quindi c’è qui una chiamata all’evangelizzazione, a continuare ad annunciare il Vangelo e cercare di invitare altri, non nel proselitismo, come diceva tante volte il Papa Francesco, ma per la bellezza, l’attrazione della fede. La gioia dei credenti è uno dei migliori annunci della fede, del Vangelo”, ha detto il Pontefice. Qualcuno ha espresso perplessità sulle mete scelte: il New York Times, ad esempio, si è chiesto perché siano stati esclusi paesi come la Nigeria e la Repubblica democratica del Congo . A parte che il Papa va dove viene invitato, Francesco visitò il Congo tre anni fa. In Nigeria nessun Pontefice mette piede dal 1998. Un motivo ci sarà. Sarebbe però errato anche considerare il viaggio come un unicum: in realtà, è come se Prevost avesse visitato quattro continenti diversi, ciascuno con i suoi problemi prioritari. In Algeria il dialogo interreligioso era il tema dominante, con la visita alla moschea e il ricordo dei martiri – non solo cristiani – di Tibhirine. In Camerun la necessità di richiamare la pace tra le fazioni che da anni si combattono, divise fra “centralisti” francofoni e “autonomisti” anglofoni. In Angola il problema dello sfruttamento delle risorse naturali, in Guinea Equatoriale lo squilibrio tra una ricchissima casta numericamente minoritaria e una popolazione a livelli di indigenza. Tenere tutto insieme non era facile, soprattutto se ogni discorso – a partire da quello con il riferimento alla “manciata di tiranni che devastano il mondo” – veniva letto come risposta alle intemerate del duo Trump & Vance . Pace, giustizia, dialogo. Tre parole forti del pontificato leoniano che sono risuonate più volte in questi giorni, davanti a presidenti perlopiù “eterni” che del rispetto dei diritti umani non sono grandi alfieri. Qualcuno ha avuto da ridire: era il caso di andare proprio lì? Se si dovesse fare esaminare il curriculum di ogni presidente, probabilmente il Papa non dovrebbe muoversi dal Palazzo apostolico. In ogni caso, davanti al capo dello stato guineano, ha ricordato che “per il grande padre Agostino la città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui) , sulla brama di potere e di gloria mondani che portano alla distruzione”. Sarebbe invece preferibile che – sempre per Agostino – “i cristiani siano chiamati da Dio ad abitare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria” . Nel suo viaggio in Africa del 2009, Benedetto XVI ammonì sui rischi di una fede giovane: un polmone (benché spirituale) si può ammalare, disse. Leone XIV, parlando all’università di Yaoundé, in Camerun, ha parlato di fede, scienza e ragione : “Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia”.

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