Il Foglio
Come sarebbe l’Italia se alcune delle opere più contestate non fossero poi, e per fortuna, state realizzate? Se quell’insieme di comitati, presunti esperti, politici di destra e di sinistra, amministratori in cerca di visibilità, populisti di ogni sorta l’avesse avuta vinta? Ci sono alcuni casi emblematici che vale la pena ripercorrere. Il primo e il più clamoroso è il Mose, il sistema di paratie mobili che impedisce all’acqua alta di invadere Venezia. A esso si cominciò a pensare dopo un evento particolarmente impattante, il 4 novembre 1966. L’acqua alta raggiunse l’altezza record di 194 centimetri e tutto il centro storico fu inondato con danni incalcolabili. La città rimase senza energia elettrica e acqua potabile per lungo tempo. Da lì partirono appelli internazionali per salvare Venezia, che veramente rischiò di morire. Ci sono voluti più di 50 anni perché l’idea iniziale di dighe mobili alle bocche che collegano il mare con la laguna, in grado di impedire l’ingresso dell’acqua sotto la spinta dello scirocco, entrasse in funzione. Nel frattempo i comitati contrari, le contestazioni, le definizioni di “opera inutile” e di “spreco di quattrini” non si contano. E non da parte di minoranze rumorose, ma da personaggi eminenti, fra cui spicca Massimo Cacciari, che di quella città fu sindaco per complessivi 11 anni. Il Mose ha a oggi operato per centinaia di volte e si stima che, a fronte di un costo lievitato fino a 5,5 miliardi di euro, certamente una cifra importante, abbia già prodotto risparmi per più di 3 miliardi di euro . Gli esperti di tutto il mondo convergono a Venezia per studiarlo. Un collega di Cacciari, seppur in una funzione diversa, da presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, è stato invece il protagonista indiscusso, confortato da sindaci e comitati vari, della battaglia contro l’infrastruttura nota come Tap, vale a dire il metanodotto che dall’Azerbaigian porta in Italia, bypassando la Russia, 9 miliardi di metri cubi di gas, più del 15 per cento del nostro fabbisogno nazionale. Secondo i detrattori, il Tap avrebbe distrutto la spiaggia dove approdava e prodotto una serie interminabile di danni collaterali. Risultato: il metanodotto passa sotto la spiaggia, rimasta intatta, e nessuno se ne è accorto. Particolarmente interessante l’argomento usato da alcuni ambientalisti: il gas non ci serve. Manco a farlo apposta, Tap ci ha invece salvato dalla crisi russo-ucraina, tanto è vero che si progetta di raddoppiarne la portata. Sempre per restare in tema vanno citate le polemiche contro la localizzazione di un rigassificatore a Piombino . Gli amministratori toscani, in modo bipartisan, hanno aperto una polemica provinciale che ancora continua con il governo nazionale, su dove debba stare: se lì a Piombino o invece debba essere spostato in Liguria. Beghe da cortile, ma intanto a Piombino più o meno tutti si sono dimenticati di dove stia il rigassificatore, che svolge egregiamente il suo lavoro. E, visto quello che sta succedendo in Iran, dopo quello già successo in Russia, dovremmo alzare un monumento a chi Tap e rigassificatori li ha fortemente voluti. L’ultimo esempio è quello del termocombustore (meglio: termovalorizzatore), volgarmente chiamato inceneritore, di Acerra in Campania. Lì si rischiò la guerra civile, con comitati, preti e vescovi, partiti, intellettuali esperti di lingue antiche e naturalmente l’inevitabile contorno di attori e saltimbanchi, con l’ausilio di vari talk show televisivi schierati contro l’ecomostro. Oggi Acerra(grazie ad Antonio Bassolini e Silvio Berlusconi) è uno dei migliori impianti europei nel suo settore, lavora a pieno ritmo e ha tenuto Napoli al riparo dalle crisi che nel passato riempivano le sue strade di rifiuti non raccolti per l’impossibilità di smaltirli. Poi si potrebbe fare qualche scommessa sul futuro. Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha deciso la costruzione di un impianto simile a quello di Acerra per Roma, sempre a corto di luoghi dove smaltire i suoi rifiuti. Anche qui contestazioni a non finire, con argomenti surreali. Vogliamo scommettere che quando sarà realizzato ci si renderà conto della sua indubbia utilità? Poi si potrebbe addentrarsi in un po’ di fantascienza domandandosi come sarebbe l’Italia se si fosse realizzato il piano nucleare bocciato dal referendum del 1987, con una bella percentuale di energia elettrica oggi non dipendente dal gas e con prezzi quindi notevolmente inferiori, emissioni più basse e un maggiore livello di sicurezza. Tutto bene quindi? No, perché per realizzare queste opere ci sono voluti tempi dieci volte superiori a quelli necessari. E soprattutto perché il senso di responsabilità delle forze politiche, soprattutto a sinistra e nel cosiddetto campo largo, continua a latitare . L’ideologia della decrescita ha radici antiche: dalle polemiche del PCI negli anni ’60 contro l’Autostrada del Sole (e la TV a colori) a quelle degli ambientalisti, più recentemente, addirittura contro l’alta velocità. Un’altra opera che, per fortuna, si è fatta.
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