Il Foglio
Egregio dott. Salvatore Merlo Gli ex Mercati Generali sono abbandonati da oltre vent’anni. In questo tempo abbiamo visto di tutto: incendi, occupazioni, degrado, pericoli strutturali, insicurezza, tentativi di riqualificazione falliti e lasciati a metà, il tutto accompagnato da chiacchiere e fandonie di ogni genere. Ora che finalmente esiste un progetto concreto e un soggetto disposto a investire una parte organizzata che ha scelto l’opposizione a prescindere sta lavorando per far saltare tutto, trasformando la vicenda in una battaglia identitaria o di visibilità, senza proporre alternative reali, senza assumersi responsabilità, senza considerare le conseguenze. E’ facile dire “no” quando non si vive il quartiere ogni giorno, facile fantasticare soluzioni perfette quando non si deve trovare chi le finanzia, facile opporsi quando il prezzo del degrado lo pagano altri. Chi vive e lavora qui sa bene cosa significa avere un’area di otto ettari lasciata marcire per decenni, sa cosa significa vedere un’occasione dopo ventitré anni e rischiare di perderla per l’ennesima volta. Se questo progetto salta non arriverà un piano migliore, non arriverà un investitore più generoso, arriveranno solo altri anni di abbandono che coinvolgeranno tutto il quartiere. Qui non si tratta di difendere un soggetto privato o un partito, si tratta di difendere il principio più semplice e più ignorato di tutti: senza un progetto concreto, l’alternativa è il nulla e il nulla qui, lo conosciamo bene. Lo abbiamo respirato per ventitré anni con prese in giro fallimenti e degrado. Questa lettera dà voce a chi non urla, non fa cortei, non cerca visibilità, ma vive davvero l’Ostiense. Da voce a chi è stanco di vedere il quartiere sacrificato sull’altare delle contrapposizioni strumentali o dogmatiche a chi vuole una soluzione concreta non un altro ventennio di immobilismo che sarà sicuramente fatale per il quartiere. Il quartiere rischia il deserto urbano e la rovina in stile Detroit altro che la gentrificazione! Ci sono molte critiche giuste riguardo al progetto che è la testimonianza pratica di un fallimento amministrativo lungo due decenni e che può essere migliorato , ma questo progetto è anche l’unica via di uscita rimasta e chi ora potrebbe subire l’eventuale rischio del nulla per colpa delle fantasie di minoranze che pur di avere visibilità elettorale si autoproclamano in maniera totalmente antidemocratica, rappresentanti di un intera comunità che non gli ha dato nessun mandato. Costoro si ammantano del diritto d’essere paladini del popolo criticando il comune di non aver mai realmente interpellato la cittadinanza in merito al riuso dell’ex area mercati, vero, ma il problema è che loro stessi hanno commesso il medesimo reato morale commesso dal comune se così può essere descritto. In definitiva al termine di questo guazzabuglio solo tre cose saranno sicure: 1 se il progetto dovesse saltare per finire nel nulla saremo noi abitanti a pagarne le conseguenze e non chi si è arrogato il diritto di rappresentarci da un lato e dall’altro. 2 a noi abitanti del quartiere nessuno ha chiesto realmente della nostra opinione in merito al riutilizzo dell’area ne il comune ne il municipio ne i comitati contrari. 3 se tutto salterà con conseguenze praticamente definitive, nessuno dei protagonisti della attuale contesa politica potrà dirsi inconsapevole e innocente riguardo la conseguente desertificazione urbana del quartiere. Distinti saluti da un residente del quartiere, Eitel Zaccagnini C’è una zona di Roma, all'Ostiense, dove da ventitré anni otto ettari di archeologia industriale marciscono sotto il sole e sotto la pioggia, tra incendi, bivacchi, erbacce e pericoli strutturali. Si chiamavano i Mercati Generali, erano stati inaugurati nel 1922 per volere del sindaco Ernesto Nathan, e da quando nel 2002 i mercanti sono stati trasferiti a Guidonia, quella che doveva diventare la “cittadella dei giovani e della cultura” è rimasta una cattedrale nel deserto. Vent’anni di progetti annunciati e abbandonati, di varianti urbanistiche bocciate dall’Anac, di cantieri fermi, di sindaci che promettevano e di commissari che stralciavano. Finché non è arrivato un progetto concreto, trecentoottanta milioni di euro di investimento privato, un fondo americano disposto a trasformare quei padiglioni in spazi pubblici, cultura, verde, residenze universitarie. E a quel punto, naturalmente, è arrivato anche il comitato del no. Si chiama Comitato per la Difesa degli Ex Mercati Generali, ed è una coalizione di centri sociali, collettivi universitari, ambientalisti e giovani di sinistra radicale che si sono costituiti nell’autunno del 2025, poche settimane dopo la firma della convenzione tra Roma Capitale, cioè il comune aministrato da Roberto Gualtieri, e il fondo Hines. Hanno organizzato cortei, conferenze urbanistiche, presidi davanti agli assessorati. Hanno scoperto che Hines ha tra i suoi investitori una società israeliana, e hanno quindi aggiunto alle proprie battaglie anche quella per la Palestina, con striscioni e bandiere palestinesi calate sulle gru dell’area abbandonata. Hanno infine annunciato, il 15 aprile scorso, una diffida legale contro Roma Capitale. La loro richiesta è sempre stata una sola: revocare la convenzione. Non modificarla, non migliorarla: revocarla. Dopo di che, si suppone, qualcosa di meglio arriverà da solo, finanziato da qualcuno di più puro. Non arriverà, naturalmente. Non è mai arrivato. E questa è la verità fastidiosa che i comitati del no non devono mai pronunciare, pena la perdita di ogni visibilità: che il degrado è un’alternativa concreta, non un’astrazione. Che ventitré anni di attesa non sono un effetto collaterale della speculazione, ma il risultato esatto di ciò che succede quando non si fa nulla. Un residente del quartiere, Eitel Zaccagnini, ci ha scritto una lettera che vale più di cento convegni: “Se questo progetto salta non arriverà un piano migliore, non arriverà un investitore più generoso, arriveranno solo altri anni di abbandono”. E’ la voce di chi paga il conto ogni mattina, uscendo di casa e vedendo quegli otto ettari di niente. La stessa logica vale per il termovalorizzatore di Roma, che i Cinque Stelle ieri hanno definito “medioevo ambientale” dimenticando che è un progetto del sindaco Gualtieri, centrosinistra, non della destra. E dimenticando che in tutto il mondo civile esistono i termovalorizzatori. Il no come identità, dunque, indipendentemente da chi propone cosa e da quali siano le conseguenze per i cittadini. Il meccanismo è sempre lo stesso. Una città – un paese, l’Italia – con una straordinaria capacità di lasciare andare in rovina il proprio patrimonio, e una straordinaria incapacità di trovare soldi pubblici per recuperarlo, scopre che quando arriva un privato disposto a investire, è sufficiente un piccolo gruppo organizzato e rumoroso per paralizzare tutto. Non serve una maggioranza. Non serve nemmeno un’alternativa credibile. Serve soltanto la grammatica del no: “svendita”, “speculazione”, “fondi israeliani”, “triangolazione perversa tra capitale finanziario e urbanistica complice”. Parole che suonano bene nei comunicati stampa del M5s e nelle conferenze dei centri sociali, e che non costano niente a chi le pronuncia, perché il prezzo del degrado lo paga qualcun altro. Quel qualcun altro è il residente che esce di casa ogni mattina e vede gli otto ettari di niente. E’ l’anziano dell’Appio-Tuscolano che aspetta il presidio sanitario che non c’è. E’ lo studente che non trova posto in un alloggio che non è mai stato costruito. Sono le persone che non fanno cortei e non rilasciano comunicati stampa, e che per questo non esistono nel dibattito pubblico. Almeno fino a quando qualcuno non scrive una lettera.
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