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L'imprevedibile posizione di Meloni | Collector
L'imprevedibile posizione di Meloni
Il Foglio

L'imprevedibile posizione di Meloni

L’invasione russa dell’Ucraina ha segnato uno spartiacque nella storia dell’Europa e del mondo, e ha spalancato la strada a un torneo di assalti e carneficine. Ha abbattuto i lenti limiti a ciò che si può fare, e a ciò che si può dire, atomica compresa . Ha messo le persone e le loro coscienze di qua o di là. Più di quattro anni dopo un oligarca di poco minore arricchito nella propaganda del Cremlino può compiacersi di ospitare nel suo studio televisivo qualche più esposto esponente della vanità rossobruna italiana e di insultare con un linguaggio da stupratore ubriaco la presidente del governo italiano, in nome della fraternità internazionalista fra Putin e Trump. Seguono dichiarazioni di solidarietà più o meno sentite con Giorgia Meloni e di indignazione per la trivialità sessista del bellimbusto. Forse bisogna dire, soprattutto da chi sta agli antipodi della formazione politica e delle fedeltà umane di Meloni, che soprattutto a lei si deve la solidarietà dell’Italia con la difesa ucraina. Che non ci sarebbe stata con i suoi alleati di maggioranza (non con la Lega venduta mani e piedi, e nemmeno con la “moderata” Forza Italia , pregiudicata dagli amorosi sensi fra Berlusconi e Putin) né con i suoi avversari di opposizione, mettendo l’Italia - con l’eccezione del Presidente della Repubblica - fuori dall’accordo con l’Europa e dalla decenza morale. Quali calcoli di convenienza, di opportunismo, di potere, abbiamo indotto Meloni, una volta promossa alla responsabilità di governo, a prendere posizione per la resistenza ucraina, e a conservarla finora, in un quadro d’insieme imprevedibilmente mutato - l’America sottosopra, la Nato al lumicino, Trump succube di Epstein e di Putin - toglie poco alla constatazione di fatto. Senza la sua posizione l’Italia somiglierebbe più all’Ungheria di Orbàn che al resto d’Europa, e il paradosso della sua ostentata collusione con l’Ungheria di Orbàn non cambia il fatto. Forse, se non ci fosse stata un’altra mano a togliere le castagne dal fuoco, la direzione del Pd si sarebbe fatta più coraggio: forse. Non è la prima volta. La rivoluzione ungherese del ‘56, così come le altre ribellioni popolari nel centro e nell’est europei sovietizzati, fino a Praga ‘68 e a Danzica e a Berlino, la fedeltà “di sinistra” a una colossale menzogna lasciò a un centro conservatore e a una destra fascista, oltre che alla Chiesa cattolica, la difesa della libertà. Non è nuovo nemmeno il pretesto che imbelletta il tradimento della libertà e della giustizia, che allora come oggi usurpò il nome di pace. Seccante da pensare, e ancora di più da dire, vero? Infatti, non si dice.

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